Perchè ci si ammala

Il libro biblico di Giobbe rivisitato: vita sedentaria, alimentazione sbagliata, problemi “psico”. Ma c’è anche la malattia karmica, incolparsi di star male è la cosa peggiore che si può fare

12- Giobbe con i suoi amici, Elifaz, Baldad e SofarPerché ci si ammala? Ce lo siamo chiesti un fracco di volte. Eppure qualche indizio, a cercarlo per bene, forse si trova: per esempio anche nella Bibbia, fra le pagine del libro di Giobbe, o il libro delle lamentazioni, storia che tutti conoscono, anzi conoscono poco, e che per questo andrebbe riletta ben bene. Dunque questo libro racconta che c’è Giobbe lì seduto per terra nella cenere. Ha perso soldi, casa, figli, tutto in un attimo. C’ha pure la lebbra. Sta lì nella cenere e arrivano tre suoi amici che gli si mettono attorno e cominciano a cercar di capire perché s’è preso ‘sta razza di maledizione. Sicuramente si sarà comportato male, avrà bestemmiato Dio, e questo è il castigo che si è giustamente attirato. Ma Giobbe replica: “Ma no, ma quando mai una bestemmia, io anzi Dio l’ho sempre pregato, onorato, gli ho fatto i sacrifici…”. Al che gli amici fanno: “Uhm, presuntuoso il Giobbe… Oppure ci dice e non ci dice…”. E difatti sappiamo – questo il lettore lo sa subito fin dalla prima pagina, ma Giobbe no! – che Giobbe è ridotto così solamente perché Dio e Lucifero hanno fatto una scommessa. Sì, nient’altro che una stupida scommessa! Ma la storia, almeno per quel che riguarda il perché uno si becca una malattia, si potrebbe rigirare anche così: che i tre amici, loro sì presuntuosi (e anche un po’ stronzetti), rappresentano ciascuno un modo schematico di approcciare “male” e malattia.

Il primo è uno sportivo, forse un ex atleta, avete presente quella tipologia di personaggi lì?, e gli dice che Giobbe è ridotto così perché fa vita troppo sedentaria, sta sempre al chiuso, non fa moto, vita sana, passeggiate, un po’ di sport, docce, saune, “per forza hai quella pelle lì!”. E Giobbe gli dice che non è vero, che a lui al contrario gli piace camminare sui colli, anche andare in palestra, e che fino a qualche anno fa al venerdì sera giocava pure a calcetto con gli amici. “Potrei muovermi di più, è vero, ma non è per quello che mi sono ammalato”.

Il secondo è un fanatico dell’alimentazione, ma non un vegetariano, o vegano, o macrobiotico in sé che non è male (anzi: magari tutti prendessero a esempio l’alimentazione che esclude tutte le proteine di tipo animale!), bensì uno di quelli con l’idea fissa – come il fanatico della vitamina C o del bicarbonato, come tutti fanatici per i quali esiste una sola e unica soluzione a tutti i problemi del mondo: la loro – che devi mangiare solo roba cruda, e se una sera all’anno t’invitano a una grigliata, oddio, scappano via con orrore. E il vegano questo dice appunto a Giobbe: “Sei malato perché non mangi crudo, cambia dieta se vuoi guarire!”. Una lebbra che va via mangiando carote, centrifughe di frutta e foglie di lattuga? Mai vista! Ma Giobbe, paziente, gli dice no, che lui piattoni di insalate e verdure se li mangia eccome, le centrifughe no ma solo perché non hanno ancora inventato la corrente elettrica, e che di carne non ne mangia quasi mai, al limite un po’ di pani e pesci, “e comunque non più di due-tre volte la settimana”. Dunque non è questo il motivo vero per il quale si ritrova in questo stato pietoso.

E il terzo amico? Il terzo fa parte del genere “psico”, quelli che “tutto è frutto di atteggiamenti mentali sbagliati, odi, preoccupazioni, pensieri negativi”. Avete presente quei manuali psico-emozionali di base che: mal di gola uguale problemi di comunicazione, o gastrite contrasti in famiglia o sul lavoro? E così via. Fino all’apice rappresentato dagli hameriani, nel senso di seguaci del medico tedesco Ryke Geerd Hamer e della sua “Nuova Medicina Germanica”: hai un tumore? Bene: è un tuo conflitto (con il padre, la madre, il partner, un parente, il datore di lavoro: dipende da dov’è il tumore) in fase di risoluzione, e non devi fare nulla per contrastarlo. Tutte cose verissime, eh?, perché anzi Hamer dal punto di vista scientifico, a differenza della medicina ufficiale, è l’unico che ti spiega esattamente dove e perché ti è venuto il tumore, su questo non ci piove. Ma Giobbe – che in fatto di auto responsabilità non è uno sprovveduto, anzi si fa l’esame di coscienza tutte le sere – risponde all’amico che non è vero, che lui non odia nessuno, che non ha conflitti con genitori o parenti, e che preoccupazioni sì, ne ha, e come non averne? Ma legittime: le tasse, il lavoro, i soldi, il futuro dei figli… Queste cose ce le hanno tutti (tranne chi lavora meno di sei ore al giorno: i tre amici probabilmente), e “non è a causa di queste che sono ridotto così”.

Difatti – morale della storia – c’ha ragione Giobbe e alla fine si capisce perché. La malattia, signori, non dipende da noi. Cioè: dipende sì, cavolo se dipende. Migliorare gli stili di vita, mangiare sano, scacciare i pensieri negativi, invidie, odi, fraintendimenti, è ovvio che tutto questo migliora la qualità della vita e rallenta l’ossidazione e l’acidificazione del corpo (perché il corpo è fisico e si ossida: e lì stanno i “motori” della malattia, come sanno benissimo anche i medici dell’ospedale che però non te lo dicono), ma tutti un modo o nell’altro moriremo e non c’è neanche una grande varietà di scelta: o infarto, o tumore, o un bello schiocco in macchina che forse, potendo scegliere, è la meglio di tutte.

La malattia dipende da noi, insomma sì, ma vediamo di non esagerare. Non tutta e non sempre. Altrimenti diventa la prova di una colpevolezza (mentre l’essere sani conferisce un’aura di innocenza, vita impeccabile, benedetta dal Signore, no?) che non fa altro che aggiungere male – sensi di colpa, rimuginamenti continui – al male. Come diceva Noam Chomsky nelle 10 regole sull’inganno (come i potenti c’ingannano: la strategia della distrazione, delle mediocrità, dell’accento emotivo, etc.), “il potere mira a far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si autosvaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione”.

Per carità di Dio: liberatevene! Voi non siete colpevoli della vostra malattia! Una volta fatte le opportune riflessioni e un serio esame di coscienza, basta. Non torturatevi più. Tenete bene a mente che esistono anche le malattie karmiche, per esempio. O quelle che dipendono da errori compiuti nel passato e ai quali non si può rimediare. O ancora quelle da cui non ci si viene veramente fuori a capire il perché. Ma aldilà della causa vera o presunta, qui tornano utili le parole di un maestro che diceva: “A volte la malattia viene al più forte di un gruppo, proprio perché lui è il più forte, per aiutare gli altri a crescere”. Che suona meglio che non la scommessa fra Dio e Lucifero

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