Vegetariani e farmaci: 3 su 4 contengono ingredienti animali. Urgono nuove etichette

farmaci vegetariani

Non tutti sanno che la maggior parte dei farmaci (3 su 4) nascondono diverse sostanze di origine animale al loro interno. Ecco perché sarebbe importante, soprattutto per chi è vegetariano, vegano, intollerante, allergico o segue determinati culti religiosi, avere etichette e bugiardini più chiari che rispecchino il contenuto dettagliato dei medicinali. A chiedere una maggiore chiarezza rispetto a questo argomento sono stati i medici Kinesh Patel e Kate Tathamo sul British Medical Journal dove, in un articolo da loro firmato, i due ricercatori hanno sottolineato come quasi tutti i farmaci non siano adatti ai vegetariani.

La chiarezza non è importante solo per il consumatore finale ma anche per medici e farmacisti che, conoscendo nel dettaglio il contenuto dei medicinali, potranno consigliarli o meno a chi segue determinati regimi alimentari, a chi è allergico ma anche a chi, come ad esempio i musulmani, per motivi religiosi non assume maiale.

Tra gli ingredienti di origine animale spesso presenti nei farmaci in percentuali piccole (ma sempre troppo alte per chi ha scelto o deve eliminarli del tutto) ci sono caglio bovino, lattosio, gelatine ricavate da scarti di maiali, mucche e pesci e magnesio stereato che la maggior parte delle volte deriva da animali.

Gli autori dell’articolo auspicano che si arrivino ad eliminare il più possibile gli ingredienti di origine animale dai farmaci, dato che comunque sarebbe molto difficile poter mettere su una sola etichetta indicazioni utili alle varie persone e alle loro diverse esigenze in fatto di ingredienti (allergie, regimi alimentari, religioni, ecc).

Un problema però si pone nel momento in cui si pensa ai costi che, cambiando alcuni ingredienti probabilmente tenderebbero a salire. I medici firmatari dell’articolo ritengono però che “sebbene gli ingredienti vegetariani possano essere più costosi di quelli prodotti con processi tradizionali, i costi potrebbero diminuire una volta ampliata la produzione. In questo modo si limiterebbe l’esposizione dei pazienti a prodotti che trovano inaccettabili”.

Francesca Biagioli

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