L’assedio della palma da olio

Il saccheggio della terra e la devastazione delle foreste da parte del modello estrattivista e delle colture intensive minaccia in modo sempre più spietato i popoli indigeni di tutto il pianeta. Un reportage dal villaggio di Gohong, Indonesia, racconta l’offensiva del business della palma da olio sui Dayak, privati del proprio cibo tradizionale. Eppure la resistenza è tenace, come quella di una giovane pigmea del Cameroon che ha impiegato una settimana e ha preso per la prima volta un aereo per raggiungere il workshop sulla deforestazione e i diritti 

Ieri abbiamo visitato il villaggio dayak di Gohong a qualche ora da PalangKraya, South Kalimantan, Indonesia, dove ormai sono da quasi una settimana ad un workshop internazionale sulla deforestazione e i diritti dei popoli indigeni organizzato dall’associazione per la quale lavoro da cinque anni, Forest Peoples Programme. Un’occasione unica per fare il punto sulle lotte e le emergenze comuni tra indigeni di America Latina, Asia ed Africa. Alcuni gli elementi ricorrenti: la pressione del landgrabbing http://www.oxfamitalia.org/coltiva/coltiva/il-land-grabbing-uno-scandalo-in-continua-crescita, la pressione delle imprese e del modello estrattivista, la crescente repressione poliziesca e militare delle proteste.

I popoli indigeni sono sotto assedio e gli spazi di sopravvivenza si stanno restringendo drammaticamente. Lo abbiamo constatato visitando il villaggio dayak di Gohong e parlando con i leader locali dopo essere stati accolti con una cerimonia di benvenuto, una sorta di autorizzazione ad entrare nella loro terra. Ai tempi dell’era Suharto la zona era stata identificata per un megaprogetto di coltivazione di riso su un’estensione di un milione di ettari progetto, poi accantonato dallo stesso Suharto interessato forse solo al taglio del legname.

Oggi quell’area è una enorme torbiera, che si incendia o si inonda a seconda delle stagioni. I Dayak sono ora sotto assedio dalle imprese della palma da olio. Prima le loro foreste sono state distrutte per il megaprogetto di produzione di riso, oggi la frontiera della palma da olio si avvicina pericolosamente alle loro terre. Non hanno più cibo tradizionale, ci chiedono aiuto di fronte all’inesistente volontà politica dei politici locali. E’ un’ironia passeggiare per Gohong e vederla costellata di bandiere multicolori dei vari candidati alle prossime politiche. Andiamo poi a visitare un progetto di gestione delle risorse forestali delle Nazioni Unite. L’idea è quella di proteggere le foreste per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Passeggiamo per l’altro villaggio, visitiamo una Longhouse dayak ricostruita per far spazio ad un centro di informazione dell’ONU.

Resto perplesso dal contrasto tra propositi enunciati e la realtà. Tutt’intorno alla longhouse svuotata dei suoi abitanti originari, casette di legno, fogne a cielo aperto, un senso di abbandono. Un progetto di gestione delle risorse forestali collettive, ci dicono, per evitare le emissioni di gas serra causate dalla deforestazione, Alzo gli occhi, lo sguardo va alla riva opposta della laguna. Vedo due grandi strutture metalliche, un cantiere. Sarà una megacentrale a carbone. Ecco la logica: costruisci la centrale a carbone ed accanto proteggi la foresta per compensare le emissioni, E magari poi vendi pure i certificati di carbonio sul mercato globale.

Questo viaggio in Indonesia mi riporta ad una tragica realtà che pensavo fosse ormai storia. Storie e realtà che avevo ascoltato, esperienze che avevo incrociato ormai oltre venti anni fa. Poco è cambiato, a parte la retorica dei governi e della comunità internazionale. Anzi, la pressione sulle foreste e sulle terre indigene sta aumentando con la domanda crescente di cibo, biocarburante, minerali, petrolio, e la crescente militarizzazione e repressione delle proteste. Estrattivismo, liberismo e crescita quantitativa illimitata vanno a braccetto con la criminalizzazione dei movimenti indigeni.

Sarei tornato a casa con un grande senso di frustrazione se non fosse stato per una leader indigena colombiana (meglio non mettere il nome) che mi ha raccontato la sua storia. Era una suora – a Putumayo, nella foresta amazzonica colombiana. Lo è stata per qualche anno, ma poi non ce l’ha fatta più. “Vedevo il mio popolo soffrire, dovevo andare con loro, e resistere. E questo non era possibile restando chiusa in un mondo fatto di prescrizioni, ostilità, incomprensione. Ed ho preso la mia decisione, sono uscita ed ora organizzo le donne indigene contro i megaprogetti. Abbiamo marciato in 6000 contro l’apertura di una strada nel mezzo della foresta”. Mi racconta la sua storia con un disarmante sorriso sulle labbra. Le dico, certo hai dovuto fare un triplo sforzo da donna indigena: resistere alla religione, resistere al tuo governo, e resistere al machismo dominante anche tra indigeni. Mi guarda e sorride.

L’emozione mi assale mentre ascolto una leader indigena indigena pigmea del Cameroon, Ci ha messo una settimana ad arrivare, non le davano il visto. Dice, “Sapete è la prima volta che prendo un aereo in vita mia, ho viaggiato migliaia di chilometri per arrivare qua ed ascolto il dolore comune, le storie di minacce, omicidi di donne indigene, ma dobbiamo unirci , lottare per i diritti umani”. Anche lei mi sorride. Nessuna quota rosa o otto marzo per loro….

 

Per maggiori informazioni:  www.forestpeoples.org

FOTO REPORTAGE

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