Custodire i semi

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di Ginevra Le Moli

Con l’intento di promuovere la coltivazione organica basata sulla biodiversità e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di difendere le sementi locali, Firenze e Genova saranno tappa dell’International Solidarity Caravan for Seed and Freedom (28/29 aprile a Firenze e 30 a Genova), promosso da Seed Freedom e Navdanya International, organizzazione fondata dall’ambientalista indiana Vandana Shiva, ferma sostenitrice dei diritti umani e della terra. Duecentomila agricoltori hanno infatti aderito alla rete di Navdanya con lo scopo di ripristinare la fertilità del suolo ricorrendo a coltivazioni diversificate, evitando l’impiego di fertilizzanti chimici, e migliorare così la produttività oltre che l’apporto nutritivo del raccolto.

Vandana Shiva ha ricevuto numerosi riconoscimenti, compreso il Right Livelihood Award, noto anche come il “Premio Nobel alternativo”, è stata definita “Environmental Hero” dal Time Magazine e identificata come una delle “sette donne più influenti del pianeta” da Forbes. Il seme costituisce il primo anello della catena alimentare ed è da sempre stato una parte importante del suo lavoro, strumento e simbolo di libertà contro le manipolazioni. Nella sua essenza rappresenta tutta l’evoluzione passata della terra, l’evoluzione della storia umana e il potenziale dell’evoluzione futura. Il termine, in sanscrito bija, significa “ciò da cui nasce la vita da sola, per sempre e di nuovo”. Ma non solo. Perché i semi sono anche l’incarnazione della coltura che li ha forgiati attraverso un’attenta selezione, risultando una convergenza tra intelligenza umana delle comunità agricole e intelligenza della natura. Parlare di sementi come beni comuni è importante perché sono un impasto di informazioni, competenze, culture. E’ indubbio, dunque, come sostiene Vandana Shiva, che “il seme non può avere un valore economico misurabile: non ha prezzo e la sua mercificazione è un oltraggio. Per ottenere profitto le corporations hanno trattato il seme, appunto, come una merce, modificandone il genoma in modo da bloccarne le capacità riproduttive. E’ stata poi mutata anche la sua connotazione legale, da patrimonio comune delle comunità agricole a proprietà privata delle grandi industrie. Non c’è cultura in cui mi sia imbattuta che ritenga che la distruzione dei semi sia il peggiore dei peccati”.

Sembra che l’opinione pubblica, generalmente non molto interessata a ciò che riguarda l’agricoltura e invece molto interessata a quel che riguarda il cibo, ritenga i due ambiti non collegati. Non sembra accorgersi del nesso tra le sementi e quel che concerne gli alimenti, l’ambiente, il territorio e i diritti delle comunità.

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Se oggi la visione prevalente a livello globale tende ormai a separare l’uomo dal mondo naturale, ci si chiede in che modo le persone stiano cercando di sanare questa separazione e come i semi possano contribuire a questo processo. Indipendentemente dal problema che si analizza, infatti, ogni problema ecologico deriva dall’illusione che l’uomo sia altro rispetto alla natura. Il superamento di questa visione non può che avvenire attraverso “il recupero della nostra unità con la rete della vita, con l’universo stesso. Alcune persone – racconta – lo fanno attraverso lo yoga e la meditazione, ma molte più persone lo fanno semplicemente piantando un seme e facendo crescere un giardino”. Coltivando un seme si diventa un’unità con i cicli, con la terra e con la capacità rigenerativa della vita. “Sentiamo la stessa cosa dalla voce dei bambini ai quali insegniamo a far crescere dei giardini di speranza con i semi della libertà. Quando chiediamo loro: “Che cosa hai imparato?” parlano sempre del miracolo della vita. Un piccolo seme cresce diventando una pianta, generando un suo simile che potrà essere raccolto. Realizzano di essere essi stessi la terra. Che il nostro organismo è panchabhuta – i cinque elementi che costituiscono l’universo e i nostri corpi (terra, acqua, fuoco, aria ed etere). Il semplice atto di seminare, custodire, piantare un seme ci riporta questo ricordo, questo intramontabile ricordo della nostra unità con la terra e l’universo creativo”.

Ogni espressione della diversità, dunque, è un’espressione di libertà e ne deriva che ogni espressione di monocoltura è un’espressione di coercizione. Mentre gli agricoltori realizzano un’attenta selezione in nome della diversità, della resilienza e della qualità, i giganti dell’agroindustria selezionano in nome dell’uniformità, della vulnerabilità e del trasporto a lunga distanza. Se valutiamo il rapporto tra libertà e biodiversità, la vita risulta auto-organizzata e dunque i sistemi auto-strutturati si evolvono naturalmente nella diversità. Nessuno di noi è identico perché ognuno di noi si è evoluto in libertà. E conservare questa differenziazione significa impegnarsi a lasciare che le alternative si moltiplichino, nella natura come nella società. “Nella nostra epoca – osserva – questo è un imperativo per la sopravvivenza e libertà di tutti. L’uniformità genetica appare più vantaggiosa e redditizia, certo: gli scienziati selezionano un gene principale e lo rendono resistente. Ma è un’uniformità costruita dall’esterno. E’ coercitiva e rende il seme facile bersaglio per parassiti e malattie”.

Seguendo le parole salde di Vandana Shiva, sono dunque diversi i miti che si possono sfatare in merito al nostro sistema alimentare industrializzato. Il primo è credere che sia efficiente. Usare dieci unità di energia per produrre un’unità di energia alimentare non lo è. La produzione dell’agricoltura industriale richiede infatti più risorse di quante non riesca a produrne. Di solito la produttività si calcola considerando il risparmio di manodopera che deriva dall’uso di tecnologie e prodotti chimici. In questo caso, però, le risorse che scarseggiano sono l’acqua e la terra, non la forza lavoro. Se poi, appunto, includiamo l’impiego di energia, risorse naturali e altri fattori esterni la produttività industriale risulta molto più bassa di quella delle sue alternative ecologiche.

Il secondo mito è pensare che migliori i mezzi di sussistenza dei contadini. Trent’anni fa, le principali aziende nord americane ed europee distributrici di varietà di sementi erano piccole imprese a conduzione familiare. Oggi, dieci aziende controllano il 30 per cento del mercato mondiale. Solo cinque, invece, controllano il 75 per cento del mercato internazionale dei semi per ortaggi. I piccoli agricoltori sono spinti da alcune di queste aziende ad acquistare sementi modificate geneticamente, credendo in un facile guadagno, ma non avendo nessun riscontro economico né a breve né a lungo termine, per i debiti accumulati, arrivano a togliersi la vita. In India, ad esempio, il numero dei suicidi ha toccato la cifra di 270 mila.

Il terzo mito è credere che renda di più. Numerosi studi condotti dalle Nazioni Unite dimostrano che l’agricoltura biologica basata sulla coltivazione mista e a rotazione, a parità d’impiego di terreno e risorse, genera un rendimento più elevato. Insiste Vandana Shiva nel ripetere che “abbiamo a che fare con la vita stessa e il primo posto per trovare la forza di resistere è vivendo in armonia e allineandoci con le forze della vita. Questo è il motivo per cui l’atto di custodire i semi è un atto politico molto importante in questo momento. Qui si radica l’esigenza di un’auto-organizzazione per custodire i semi: avere un giardino della comunità, creare uno scambio e fare tutto ciò che serve per proteggerli”. Viene alla memoria il pensiero di Gandhi, le sue concezioni creative di swadeshi (difesa delle comunità locali), swaraj (autogoverno democratico), satyagraha (resistenza attraverso la non cooperazione pacifica) e sarvodaya (inclusione). “La schiavitù esisterà fino a quando la gente continuerà a pensare di dover ubbidire anche a delle leggi ingiuste”, scriveva. La sua filosofia insegna a scegliere determinate pratiche di vita, a privilegiare azioni costruttive e a rinnovare così l’impegno per la bija satyagraha, rivendicando cioè il diritto di non cooperare con delle leggi immorali, la maggior forma di resistenza. Ecco allora la Dichiarazione per la libertà dei semi. E’ importante che tutti firmino la Dichiarazione per la libertà dei semi, sostiene Vandana Shiva, “perché ci stanno rubando la nostra autonomia alimentare. Se non lottiamo per la conservazione dei semi, metteremo in pericolo la nostra libertà alimentare, minacciata sempre più dalla deliberata trasformazione del seme da fonte rinnovabile e auto-generante in prodotto non rinnovabile e brevettato. Il caso più estremo è la “Tecnologia Terminator”, sviluppata con lo scopo di creare semi sterili”.

Quando le si chiede come fa a trovare l’energia e lo spirito per le sue battaglie contro i giganti dell’agrobusiness, Vandana Shiva risponde che da un lato è vero che il potere è più concentrato che mai, ma dall’altro la consapevolezza dell’illegittimità di questo potere è altrettanto forte. Sembra che l’insegnamento di Gandhi sia come un seme: ha lo stesso potere di germogliare, evolvere e rinnovarsi in strategie libertarie, appropriate al contesto e ai tempi. Se si tiene conto del numero di movimenti, nella storia, del numero di proteste e del numero di persone che danno vita a delle alternative, ci si sorprende. Dalle donne di Chipko, all’organizzazione Lijjat Papad, per arrivare a Terra Madre. L’energia e la gioia per continuare la sua battaglia, racconta, “nascono dal lavoro di tutela e custodia dei semi, dalla promozione di un’agricoltura di pace, dal lavoro con gli agricoltori e ora, sempre più spesso, dal lavoro con i non-agricoltori. A Navdanya arrivano giovani del settore bancario, informatici, registi, esperti di diritto”. Ovunque nel mondo, le persone con una coscienza sociale si rendono conto che il cibo è valore e che difendere la diversità significa risvegliare la creatività per progettare nuove direzioni. Unirsi alla natura è diventato “un modo per opporsi alla violenza”. Viviamo in una realtà che non può prescindere dal mercato, ma la sfida si annida qui: porre le basi per distinguere e proteggere, nell’ambito della legalità, elementi che, in quanto essenziali alla vita, non possono essere subordinati a logiche di profitto.

La Terra “possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni”, insegnava Gandhi, e occorre perciò che la risposta alla violenza sia al contempo locale ed universale. Solo così, precisa per concludere, “si creeranno localmente opportunità in grado di migliorare le prospettive delle comunità più povere e nascerà globalmente un intervento fondato sulla comune condivisione del rispetto per la terra. Ogni singolo individuo, ogni gruppo, ogni comunità deve dunque trovare in sé stesso il centro, per poi collegarsi agli altri attraverso l’aiuto reciproco. Come si può non trovare energia in tutto questo?”.

Questo articolo è stato pubblicato anche su uno dei migliori siti italiani dedicati a scienze umane, cultura, lavoro precario e ripensamento dell’università: lavoroculturale.org.

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