Importare shale gas dagli Usa è una favola come Biancaneve. C’è anche la mela avvelenata

gas americano mela avvelenata

Vi metto in guardia ancora una volta, lettori, dalla favola tratteggiata dai maggiori media secondo i quali l’approvvigionamento energetico dell’Italia e dell’Europa va incontro ad un roseo e luminoso futuro tramite l’importazione dagli Usa dello shale gas (quello che si estrae col fracking) al posto del gas convenzionale russo, che fra l’altro ci costa di meno perchè non deve essere liquefatto per attraversare l’Atlantico su una nave. Fra gli altri, Panorama magnifica l’importazione del gas statunitense arrivando a scrivere che gli Usa hanno una sovrapproduzione di gas mentre invece ne sono importatori netti.

L’altro ieri la prestigiosa testata economica Bloomberg ha pubblicato un servizio sulle società statunitensi che estraggono gas col fracking: sono sommerse dai debiti, hanno continuamente bisogno di altri soldi, stanno tentanto il tutto per tutto per tenersi a galla. Fra il tutto per tutto – aggiungo io – c’è anche il pressing per convincere noi europei ad importare il loro gas, magari servendosi anche del nascente trattato Ttip, per approvvigionarsi di denaro a spese delle nostre tasche. Insomma: lo shale gas è una mela avvelenata come quella di Biancaneve.

Blomberg scrive che negli Usa le società del fracking lottano per tenere il passo con le spese e con il pagamento degli interessi sui debiti. Si trovano in questa situazione perchè devono perforare sempre nuovi pozzi anche solo per mantenere costante la produzione, dal momento che il gas estraibile da un pozzo di shale diminuisce praticamente alla velocità della luce. Negli ultimi quattro anni, in base ad un’analisi effettuata dalla stessa Bloomberg sulla situazione di 61 società di fracking, l’importo degli interessi sui debiti è quasi raddoppiato mentre le entrate sono salite solo del 5,6%. In una dozzina di queste società, gli interessi sui debiti assorbono almeno il 10% delle cifre incassate vendendo gas.

Mi permetto di sottolineare che si parla solo di interessi. I debiti vanno prima o poi anche restituiti: a meno di finire a pancia all’aria e mandare a pancia all’aria anche i creditori.

L’articolo di Bloomberg prosegue tratteggiando la prospettiva che non tutte le società di fracking riescano a sopravvivere: l’indebitamento delle 61 società di cui la testata ha analizzato la situazione ammontava, nel primo quadrimestre di quest’anno, a 163,6 miliardi di dollari; nello stesso periodo esse dovevano pagare quasi 2 miliardi di dollari di interessi, pari al 4,1 % degli incassi, mentre la Exxon spende in interessi lo 0,1% degli incassi.

Segue l’esposizione di alcune situazioni debitorie particolarmente gravi, con investitori che si ritirano e svendono anche a costo di rimetterci.

Solo aprendo allo shale gas americano il nuovo mercato dell’Unione Europea – aggiungo – queste malferme società riusciranno a stare in piedi, ad attrarre nuovi capitali, ad ottenere nuovi prestiti. Gli Usa vogliono i soldi degli italiani – e degli europei – per impedire alla loro bolla del fracking di scoppiare. E’ impossibile che i cosiddetti decisori europei non lo vedano, non lo sappiano. Eppure ci vogliono portare proprio a quello.

Foto (rielaborata)

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