Terra e futuro. L’agricoltura contadina ci salverà

Agricoltura su piccola scala, sovranità alimentare e necessità del ritorno alla terra per la salvezza del genere umano: è quanto propone Sergio Cabras, da 30 anni a diretto contatto con la terra per scelta di vita, nel suo libro, fresco di stampa, “Terra e futuro”. Un testo fondamentale che si batte per la difesa del mondo contadino tradizionale nel rispetto delle differenze tra comunità rurali locali sia a livello ambientale che culturale.

di Ariele Pignatta

terra e futuroIl 2014 è stato decretato dall’Onu anno internazionale dell’agricoltura familiare (http://www.fao.org/family-farming-2014/it/). E, promosso dal CISA (Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare), è nato il comitato italiano per l’anno internazionale dell’agricoltura familiare (AIAF) con l’obiettivo di avere risposte ai maggiori problemi delle comunità rurali e ottenere politiche specifiche per il riconoscimento dell’agricoltura contadina a conduzione familiare.

In quest’ottica è appena stato pubblicato il libro Terra e futuro. L’agricoltura contadina ci salverà di Sergio Cabras grazie a una campagna di crowfunding positivamente conclusa. Il testo parte dall’esperienza personale dell’autore e dai suoi studi per approfondire le tematiche dell’agricoltura di sussistenza su piccola scala, della sovranità alimentare, del bisogno del ritorno alla terra e del recupero e dell’importanza dell’agricoltura locale per l’ambiente e per l’uomo.

Possiamo vedere insieme le sue caratteristiche.
Innanzitutto come mai questo titolo? È davvero possibile un ritorno all’agricoltura di piccola scala, di sussistenza nonostante i vincoli legali e igienico-alimentari schiaccianti e il potere delle multinazionali alimentari?
Ti ringrazio della domanda perché mi dà modo di parlare di una questione che è di fondo, ma che, dato il tenore di questo primo lavoro, non ho molto toccato nel libro, ed è invece uno degli oggetti centrali di un secondo libro che sto scrivendo e che spero di pubblicare dopo questo. Ovvero il fatto che, se dietro la domanda che mi fai non c’è solo un dubbio sul piano teorico-politico, la domanda è quella che si può porre ciascuno di noi nel momento in cui potrebbe pensare a essere lui in prima persona a fare questa scelta. E da questo punto di vista mi sento di dirti questo: io vengo da un’esperienza nata negli anni ’70 e proseguita fino a oggi, un’esperienza di occupazione e recupero di casolari e terreni demaniali abbandonati in Umbria, sul Monte Peglia. Si tratta di una realtà abbastanza estrema che forse non è da considerarsi necessariamente un modello di riferimento, ma mi serve a farti un esempio significante di una situazione in cui tutto remava contro: case in parte da ricostruire, isolatissime e raggiungibili con strade a mala pena percorribili in macchina, prive di luce e acqua, senza bagno né riscaldamento, non parliamo del telefono (e allora non c’erano i telefonini), situate in una zona che non offriva pressoché alcuna opportunità di lavoro a parte un poco di bracciantaggio stagionale per le raccolte, con una popolazione locale che non capiva cosa eravamo venuti a fare nei luoghi che loro avevano abbandonato e in condizioni di illegalità con l’amministrazione locale che ci denunciava e tentava di sgomberarci e i Carabinieri che venivano a perquisire e fare fogli di via. Questo è stato l’inizio e per molti anni le cose son migliorate solo lentissimamente. La situazione legale ancora non è del tutto risolta e la quasi totalità delle persone che hanno fatto questa scelta non aveva (e non ha) coperture economiche da parte delle famiglie. Però negli anni in cui questa esperienza ha preso le mosse – certamente anche grazie alla spinta psicologica che dava la presenza di un movimento forte, diffuso e combattivo, di un senso di solidarietà tra “compagni” oggi inimmaginabile – non ci si stava tanto a chiedere se certe cose fossero “possibili” o meno: semplicemente le si faceva, se si sentiva di farle, ci si apriva la strada e se ne costruiva la loro possibilità nello stesso cercare di realizzarle. Indubbiamente c’era anche molta ingenuità, approssimazione e “frikkettonismo” in tutto ciò, ma d’altra parte mi pare che oggi ci siamo troppo assuefatti a una sorta di mentalità “para-scientifica” per la quale vogliamo poter calcolare troppe cose prima, vogliamo garanzie di non perdere ciò che abbiamo, anche se è proprio questo che ci mette le catene e di cui vorremmo liberarci. Io credo che la dimensione dell’essere umano sia quella del possibile: non quella dell’impossibile, che pure c’è, ma nemmeno quella del certo e del conosciuto o del calcolabile (che poi magari riserva sempre qualche fattore che non si è preso o non si è voluto prendere in considerazione con conseguenze anche gravi come le ricadute ambientali oggi evidenti dell’agricoltura industriale e del modello sviluppista in generale). Allora sta a noi costruire il mondo possibile che vogliamo, ma, se deve essere qualcosa di nuovo e di diverso, non possiamo sempre garantirci dai rischi e dall’incertezza degli esiti delle nostre scelte. (http://www.ecofondamentalista.blogspot.it/2013/11/la-risata-dellolivo.html)

Se invece la domanda è intesa in un senso più generale e, appunto, sul piano della società e della politica, credo che, prima di tutto, il concetto di “agricoltura di sussistenza” vada inteso in senso aggiornato, ovvero non parlando di “ritornare” ma di “reinventare”: a differenza di un tempo oggi chi vuol vivere come contadino lo fa per scelta e spesso è in grado di affiancare se necessario, per il suo sostentamento/economia familiare, a una componente importante di autoproduzione, anche altre forme collaterali di reddito che possono essere anche extra-agricole e anche con livelli medio-alti di formazione e competenze. In realtà i contadini sono sempre stati anche un po’ artigiani, muratori, falegnami, maniscalchi, cantastorie o musicisti: oggi possono essere pure insegnanti, infermieri, artisti, programmatori, tecnici specializzati, professionisti part-time…ed è così, trovando forme miste di sussistenza rese possibili dal sostegno di autoproduzione/riduzione dei consumi, che è possibile crearsi con la terra diminuendo al contempo la propria dipendenza dal sistema di mercato (anche del lavoro) fatto a misura delle multinazionali. Naturalmente questo comporta una sfida da affrontare, ma è una sfida necessaria, perché finché resteremo del tutto dipendenti da questo sistema, difficilmente potremo fare qualcosa di strutturalmente diverso e di incisivo per cambiarlo. Io credo che l’agricoltura contadina sia qualcosa di strutturalmente diverso e per questo ci può salvare, ma richiede di aprire spazi legali e di programmazione politica fatti anche a misura di questo modello altro di agricoltura affinché lo liberino dai vincoli schiaccianti a cui giustamente ti riferisci e che lo rendano un’opzione lavorativa tranquillamente possibile e non semi-eroica e semiclandestina come purtroppo è oggi . Il libro si occupa appunto di esaminare e descrivere il modo in cui le leggi e le politiche agricole attuali penalizzano l’agricoltura contadina, cerca di comprendere quali interessi ci siano dietro e di proporre una serie di alternative possibili.

Quindi quali sono i passi fondamentali da seguire per riuscire a realizzare un’agricoltura locale di questo tipo nonostante i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e i vari problemi del caso?
In primo luogo l’agricoltura contadina è la via maestra per rispondere ai gravissimi pericoli dati dalla perdita della biodiversità e dai cambiamenti climatici: queste sono in larga misura le conseguenze del modello agroindustriale (insieme a molti altri fattori anch’essi legati all’economia del consumismo e dello Sviluppo fine a se stesso) che è riuscito a produrle in meno di un secolo. In tale periodo, evoluzionisticamente brevissimo, abbiamo già perso circa l’80% delle varietà alimentari tradizionalmente coltivate e delle razze animali locali allevate, questo vale a livello mondiale e la tendenza è in forte accelerazione: una ristretta oligarchia di multinazionali (Cargill, Continental, Louis Dreyfus, ADM, Andre, Bunge) detengono pressoché tutta la distribuzione delle derrate alimentari del mercato globalizzato e pochissime altre (Monsanto, Syngenta, Bayer, Pioneer Hi-Bred) ne controllano il mercato delle sementi e degli OGM e, se gliene aggiungiamo altre due (BASF e Dow Chemicals) sono le stesse che hanno il 90% del mercato dei prodotti agrochimici. I brevetti sulla vita detenuti da queste megaziende, protetti dagli accordi TRIPs (Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale) sanciti dall’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) a livello globale, insieme all’obbligo di registrazione al catalogo varietale delle sementi per poter essere commercializzate, stanno mettendo le premesse per un ulteriore impoverimento e privatizzazione dell’agrobiodiversità e aprendo sempre più la strada alle varietà transgeniche, che oggi vengono presentate come l’unica soluzione anche per rispondere ai cambiamenti climatici. Ma la realtà è che il modo in cui le varietà selezionate dalle industrie sementiere globali si diffondono non avviene secondo un adattamento ai diversi climi e ambienti, bensì attraverso il processo inverso, ovvero con la trasformazione degli ecosistemi a misura delle esigenze della produzione, il che avviene col grande uso di meccanizzazione, chimica e consumo di acqua in agricoltura. Qualcuno ha detto che l’agricoltura moderna è l’uso della terra per trasformare petrolio in cibo, e in effetti questi tre tipi di apporto (le colonne portanti della cosidetta “Rivoluzione Verde”) implicano un enorme consumo di petrolio (oltre che di acqua – entrambe risorse sempre più carenti) e sappiamo quanto questo sia un fattore climalterante. Sono invece proprio i contadini che da sempre nel mondo hanno saputo, di generazione in generazione, selezionare con tecniche naturalmente compatibili, le centinaia di migliaia di varietà che son riusciti a coltivare dalle alte montagne ai terreni salini delle coste, dall’umidità delle foreste ai deserti: e questo secondo linee di adattamento ambientale, non solamente geografico, e gli è stato possibile perché il fine era quello di sopravvivere e non di arricchirsi.
I passi fondamentali sono dunque quelli di ammettere una serie di eccezioni agli accordi internazionali sui diritti di proprietà intellettuale che diano spazio a regolamenti adeguati a garantire la salvaguardia di diritti collettivi da parte delle comunità locali contadine sulle proprie sementi e varietà tradizionali e su quelle che potranno continuare a evolvere come sempre hanno fatto; servono inoltre dispodizioni atte a bloccare le ipotesi di vendita del demanio agricolo e a dare in affitto la terra non utilizzata a chi la voglia coltivare. Ciò deve essere accompagnato da misure che restituiscano vivibilità e servizi pubblici alle zone cosiddette “marginali” rurali e montane, per favorirne il ripopolamento, e normative igienico-sanitarie sulla trasformazione e vendita diretta di alimenti specifiche per le piccole aziende perché, anche avendo la terra, con le normative attuali concepite a misura del settore agroalimentare industriale, per queste piccole aziende contadine non è possibile lavorare se non dotandosi di strutture e attrezzature eccessivamente costose e sproporzionate agli ipotetici rischi. Più in generale è tempo che le politiche agricole (e di conseguenza le leggi) riconoscano il valore a tutto tondo dell’agricoltura contadina, anche su una serie di importanti risvolti collaterali che ha, come il presidio capillare dei territori, la salvaguardia del paesaggio, la manutenzione degli equilibri idrogeologici, la preservazione della biodiversità (agricola e non solo), la rivitalizzazione delle tradizioni gastronomiche, come importante fonte di (auto-)occupazione, come modello di economia ecosostenibile… tutti valori aggiunti di questo modello di agricoltura che non sono compensati nel prezzo dei prodotti, anche qualora  ci fossero le condizioni legali e di mercato per poterli vendere in tranquillità.

Queste proposte di legge per l’agricoltura contadina, per lo sviluppo di reti regionali non rappresentano forse un rischio per l’attività delle singole persone che verrebbe in questo modo inquadrata e omologata e, anche se più tutelata, sottoposta a mille norme schiaccianti da rispettare? Per vivere e lavorare più tranquilli non sarebbe meglio restare nella “clandestinità”?
Questa è una questione dibattuta all’interno delle associazioni che cercano di sostenere l’agricoltura contadina. È un punto centrale sostenere che eventuali normative ad hoc per l’agricoltura siano pensate in modo da facilitare il lavoro di chi la pratica e non da complicargli ulteriormente la vita e per questo è importante che siano il frutto di un confronto con chi vive direttamente questa condizione di contadino contemporaneo. Il rischio della burocratizzazione c’è sempre, specialmente in Italia e d’altra parte, soprattutto in Italia, occorre che le norme, pur semplici ed essenziali, siano abbastanza stringenti da impedirne un uso strumentale e furbesco che permettesse di approfittare delle semplificazioni da parte di aziende imprenditoriali prive delle virtuose caratteristiche  collaterali che distinguono quelle contadine e che giustificherebbero per loro una legislazione ad hoc. Si tratta di definire le tipologie in modo organico, da più punti di vista e non esclusivamente in base alle dimensioni (anche se questo resta un elemento dirimente). Le iniziative a livello regionale ci sarebbero comunque in quanto l’agricoltura è materia affidata alle Regioni e l’agricoltura contadina ha per sua natura una dimensione locale, di prossimità. So che c’è chi preferirebbe restare nella clandestinità pensando di avere così forse (?) la vita più facile a livello individuale, e anche qualcuno che ne fa un elemento di valore in sé, un po’ in un’ottica antagonista.  Io personalmente la vedo così: se consideriamo l’agricoltura contadina non come qualcosa destinato a rimanere “di nicchia” (e magari pian piano a scomparire del tutto), ma un’alternativa, radicale ma credibile, per il modello agricolo del nostro Paese, qualcosa che auspicabilmente molte persone, molti giovani possano vedere come un’opzione possibile per il lavoro di cui vivere e un modello valido e sostenibile di gestione dei territori e degli ecosistemi, un’alternativa reale al sistema unilaterale delle multinazionali, non possiamo credere che ciò possa restare qualcosa solo per quei pochi a cui può andar bene di rischiare pesanti multe ogni volta che escono a vendere i loro prodotti al mercato, né che ogni volta che si rapportano con servizi pubblici e istituzioni vengano trattati come degli hobbisti semi-illegali da non prendere in considerazione. Non possiamo accettare di poter continuare a lavorare solo finché qualcuno “chiude un occhio” o finché vendiamo all’interno di un centro sociale.

Oggi c’è sempre un’impostazione di monocoltura, di agricoltura intensiva. Quindi, tutte le volte che si è visto che c’erano degli spazi fuori da questo sistema, alla loro regolamentazione, gli spazi si sono assottigliati, la possibilità di manovra si è ridotta. Ovvero quando un qualcosa diventa attraente per molte persone ecco che lo stato interviene per succhiarne le risorse. È quindi possibile una riforma di questo tipo senza una riforma della società tutta? Non è un’illusione credere nella regolamentazione della realtà contadina senza prima pensare di cambiare il tipo di società con un’equa ripartizione delle risorse economiche? Si può prescindere da una riorganizzazione sociale?
E però,…… per quale via ci arriviamo a una riforma della società? Si può pensare a un tale cambiamento a prescindere dal cambiare le condizioni in cui prendono forma le nostre personali vite, ovvero ciò che è direttamente alla portata del nostro piccolo ambito? Molti di coloro che io chiamo neo-contadini, cioè quelli che, cresciuti in città, hanno fatto la “scelta di vita” in questo senso, sono arrivati a ciò proprio dopo un’esperienza di lotta per un cambiamento sociale complessivo e dopo aver toccato con mano il fatto che non solo i rapporti di forza non consentono una vittoria da parte di chi vorrebbe un vero cambiamento, ma pure che, la Storia ce lo insegna, quando vittoria è stata ottenuta, ciò che ne è seguito spesso non è stato migliore di quanto c’era prima. Forse perché le persone erano le stesse e il cambiamento complessivo necessario sta su un piano più profondo? Ragionare secondo progetti di riorganizzazione complessiva della società a mio avviso è una pericolosa utopia: le cose non vanno mai secondo questo tipo di programmi, ci sono “più cose in cielo e in terra che nella nostra filosofia”. Io credo sia molto più possibile, a partire dalla concretezza della propria vita (e non tanto sul piano meramente culturale, ma su quello economico, strutturale, dei modi di sussistenza), aprire strade diverse e con ciò affrontare gli ostacoli che si trovano su questa via. Affrontarli vedendone, comprendendone ed esplicitandone tutte le implicazioni dell’essere due modelli alternativi di sistema che si trovano uno di fronte all’altro, ma che, di fondo, sono reciprocamente incompatibili. Si tratta di aprire spazi di realtà altra possibile che cresce già, pur all’interno di un ambiente ancora dominato da un Sistema che funziona secondo i suoi meccanismi. Così si portano avanti battaglie limitate ma concrete e per alternative vissute (che già vengono vissute prima che si affermino sul piano politico e legale) e così pian piano si aprono e si allargano spazi e possibilità per modi diversi di vivere. Per chi li voglia vivere nella pratica, però, non solo combattere per progetti di società che restano spesso nelle parole.

Per come la vedo io, la “battaglia” per una regolamentazione adeguata (e sottolineo adeguata e quindi semplice e autenticamente adatta alla tipologia contadina, non una delle tante operazioni di facciata riciclabili facilmente per nuovi business verniciati di verde) non è incompatibile con forme di “azione diretta” con cui ci si aprono da subito spazi – vuoi di mercato, vuoi di recupero di terreni abbandonati – al di fuori delle regole attualmente vigenti, ma va ben al di là di questo perché pone la questione di andare al di là della monocoltura anche culturale e di riappropriarsi dello strumento legale per assicurare spazi vitali a una pluralità di forme di economia. Se parliamo di società nel suo insieme non possiamo prescindere dall’esistenza di entità politico-istituzionali e di leggi e  dobbiamo pretendere che queste riconoscano altri modelli, di fatto e di diritto. È un passo fondamentale perché questi poi possano allargarsi, perché il Sistema attualmente dominante sia un po’ meno “modello unico”…..e perché inizi ad avviarsi sulla via del suo tramonto, dato che, alla lunga, questo sistema non puo’ sopravvivere se non come modello unico, per motivi che sono intrinseci al suo funzionamento che lo porta inevitabilmente a cercare di occupare tutti gli spazi possibili dovendo necessariamente crescere senza limiti (a parte che non potrà sopravvivere lo stesso, dati i limiti oggettivi del pianeta, ma in questo caso ci trascinerà tutti nella sua sorte).

Tuttavia sono presenti varie realtà alternative a questo sistema dominante che sono a favore dell’agricoltura contadina, qualche esempio?
In realtà le alternative in campo agricolo, specialmente se guardiamo a livello mondiale, sono ancora ampiamente presenti: la produzione agricola legata al sistema quasi monopolistico del mercato globalizzato non arriva al 10-20% di tutto il cibo prodotto nel mondo e lo stesso vale per le sementi. Le multinazionali, appoggiate dai governi e dagli organismi internazionali (OMC, Banca Mondiale, Fondo Monetario), spingono verso la marginalizzazione i contadini su piccola scala e le aziende che lavorano in ambito locale, ma sono ancora questi che producono quasi l’80% del cibo e delle sementi che danno da mangiare all’umanità e, su 500 milioni di aziende agricole nel mondo, 400 milioni sono ancora piccolissime, spesso sotto i due ettari di superficie. In Italia l’84% delle aziende sono entro i 10 ettari l’una, ma hanno solo il 24% della superficie agricola (l’1% ha il 30% della superficie utilizzata) e prendono tutte insieme meno del 40% dei contributi europei (che premiano invece la rendita fondiaria). Ma esiste molta gente che torna alla terra, anche unendo reddito e autoproduzioni agricole con altre forme di lavoro, si diffondono in tutta Italia G.A.S., orti urbani e mercati contadini, esperienze di occupazione e recupero di terreni pubblici  abbandonati  resistono ancora fin dagli anni ’70, come sul Monte Peglia in Umbria e nel territorio degli Elfi in Toscana, ma ci sono anche altre realtà e, come a Mondeggi vicino Firenze e a Caicocci presso Umbertide, ci sono nuovi progetti di recupero che si trovano però a confrontarsi con le istituzioni. Un nutrito gruppo di associazioni contadine porta avanti da anni la Campagna popolare per una legge che riconosca l’agricoltura contadina (www.agricolturacontadina.org) e c’è una campagna europea per un regolamento che salvaguardi le sementi contadine (www.semirurali.net). Nel mondo c’è una molteplicità di organizzazioni contadine e per l’agrobiodiversità, da quelle piccole e locali a quelle internazionali, fra queste certamente La Via Campesina e ci sono numerose alternative che reinterpretano con l’ausilio degli strumenti e delle conoscenze scientifiche moderne, la sapienza empirica che i contadini nel mondo si sono tramandati per generazioni, come ad esempio la tecnica della selezione genetica partecipativa secondo il metodo sperimentato a lungo da Salvatore Ceccarelli.

Qualche parola sulle sementi OGM e possibili alternative?
Il metodo partecipativo di Ceccarelli per la selezione genetica dimostra molto bene come non c’è proprio nessuna necessità di correre tutti i rischi di contaminazione dagli effetti imprevedibili  dati dagli OGM così come di sottostare ai brevetti proprietari sulle sementi che hanno già causato (tra le altre cose) il suicidio di 260.000 contadini in India per non poter pagare i debiti contratti per acquistarle. Nel metodo di selezione industriale le sementi selezionate devono dare – quantitativamente – il massimo raccolto possibile e ciò avviene a condizione che siano accompagnate da una serie di prodotti agrochimici (delle stesse aziende che producono i semi): l’agricoltore se li ritrova sul mercato, ma non ha voce in capitolo nel processo che ce li ha portati (e che gli permette di egemonizzarlo). Con la selezione partecipativa avviene esattamente l’inverso: le sperimentazioni sono fatte in collaborazione paritaria tra ricercatori e contadini. Sono questi che scelgono il miscuglio di semi che verranno testati su una varietà di ambienti diversi, tra villaggi diversi e anche su campi diversi all’interno dello stesso villaggio. I ricercatori applicano il proprio metodo scientifico e i contadini, le loro conoscenze empiriche e ognuno dei due gruppi mantiene le sue prerogative incrociando le valutazioni. Col procedere delle osservazioni i contadini indicano le varietà che ritengono migliori e gli scienziati ne misurano le caratteristiche. Per i contadini le ragioni per preferire una varietà piuttosto che un’altra vanno ben al di là della resa quantitativa e possono derivare da una molteplicità di variabili che possono cambiare da un villaggio all’altro o all’interno dello stesso, ad esempio secondo le etnie e le tecniche tradizionalmente usate, dalle risorse economiche delle famiglie, se lavorano tutto a mano, con un trattore o con gli animali, secondo quanta acqua hanno a disposizione, l’orario di apertura dei fiori in relazione a quello della presenza delle api, il periodo di festività religiose in cui non possono lavorare in relazione alle epoche di semina o di raccolto, la conservabilità delle scorte nelle condizioni date ecc. Tali e tante variabili che neppure la meglio intenzionata delle multinazionali – che ha comunque bisogno di produrre poche varietà su grandi quantità – potrebbe, anche volendo, prendere in considerazione. Il problema è che per un lavoro del genere occorre un lavoro attento, fatto non su scala di massa con l’unico orizzonte del profitto, ma a partire dalla consapevolezza che l’agricoltura non è un’attività economico-produttiva come un’altra, ma che è gestione degli ecosistemi, dialogo costante con la Natura. Ed è solo il modello contadino, per quanto sempre aggiornabile, che, in quanto orientato sul sostentamento e non su crescita ad oltranza e profitto, a poter svolgere adeguatamente questo ruolo. E per questo dovrebbe essere difeso e sostenuto anziché fatto scomparire o relegato nella clandestinità.

Fonte

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