La lezione? Con l’orto scolastico

L’orto si sa cos’è. Ma l’orto scolastico? Beh, un orto…a scuola, con la scuola, nella scuola, della scuola. Non sono affatto parole a caso, sono un progetto, un percorso, esperienze pratiche e concrete che iniziano a dare molti frutti. L’ideatore è Emilio Bertoncini e questa esperienza si sta sviluppando in diverse città d’Italia coinvolgendo varie scuole. Viene offerta ai ragazzi per far loro apprendere in maniera consapevole l’origine del cibo e per consentire la riscoperta del senso del tempo.

di Ariele Pignatta

orto scolastico

“Coltivare conoscenza e consapevolezza” è il motto del progetto, ovvero usare l’orto come strumento di didattica per favorire un apprendimento diretto nel campo mescolando discipline scolastiche classiche, osservazione e pratica. Realizzare esperienze di orticoltura didattica nelle scuole serve infatti per approfondire una pratica comune dell’umanità che, soprattutto ai giorni nostri, è necesssaria per sopravvivere. I ragazzi così scoprono quali piante possone essere coltivate in Italia, con quali mezzi e tempi seguendo tutto il percorso evolutivo, dalla semina alla raccolta.
In questo modo si promuove la collaborazione tra gli studenti che imparano a valorizzare e rispettare un bene collettivo da proteggere.
Vediamo con Emilo il progetto.

Che cos’è il progetto orti scolastici? Qual è la vostra filosofia?
È una bellissima avventura nata quasi per caso quando mia figlia frequentava la scuola dell’infanzia e le sue insegnanti mi chiesero se ero disposto a collaborare all’avvio di un progetto sull’ambiente. Io risposi di sì e lanciai una battuta: “Facciamo l’orto?”. Tuttavia, in verità, stavo scherzando perché il terreno intorno alla scuola era tutt’altro che adatto. Per mia fortuna loro presero la mia battuta come una proposta seria e dopo qualche mese avevamo il nostro primo eroico orto scolastico.
Più che di progetto parlerei di un percorso fatto di straordinari incontri e una certa tenacia nel perseguire l’idea che l’orto scolastico non sia un luogo di produzione degli ortaggi, ma un laboratorio all’aria aperta in cui i confini tra le discipline scolastiche possono essere abbattuti per riunire i saperi e trarne nuovi insegnamenti. Ci vuole quindi una certa indiscipilinarietà, cioè la volontà di andare oltre gli schemi imposti dalla discipline per ricollocare i saperi, per unire quelli “accademici” con quelli pratici, per unire la manualità al pensiero. La filosofia è, in buona sostanza, questa.

Che cosa avete raggiunto concretamente da quando siete nati a oggi?
Come dicevo prima, stiamo percorrendo un percorso nel quale una serie di incontri fanno mutare continuamente il progetto. Tutto è iniziato con la realizzazione del primo orticello in cassoni nella scuola dell’infanzia di Nave, alle porte di Lucca. Poi uno sponsor ci ha chiesto di realizzare esperienze di orticoltura didattica in quattro scuole della Versilia e da lì è nata una bellissima esperienza di agricoltura civica che, da due anni, ci porta a coltivare con la comunità di Pietrasanta (LU) un orto in un giardino pubblico. L’orto è nato dal lavoro dei bambini delle scuole in un giardino molto speciale dedicato alla pedagogia della lumaca del compianto Gianfranco Zavalloni. Nel frattempo una scuola bilingue di Lucca, la The Bilingual School of Lucca, ci ha coinvolti per la realizzazione di un orto scolastico che è parte integrante del progetto di adesione all’UNESCO associated schools network. Inoltre nel 2013 il progetto degli orti scolastici è stato finalista dell’Agricoltura Civica Award di AiCARE (www.aicare.it) ed è risultato vincitore della menzione speciale “Promozione digitale” per la capacità di diffondere le proprie buone pratiche attraverso i nuovi media. L’ultimo, fortunatissimo, incontro è stato quello con la regione Marche che ha, in qualche modo, fatto proprio il modello di orticoltura didattica a scuola che proponiamo in un corso sugli orti scolastici chiamato Ortoincontro. Le nostre esperienze, infatti, puntano molto sul valore sociale dell’orto, l’atto del coltivare diviene un momento di partecipazione collettiva che mira a ricollocare al centro dell’attenzione la capacità che ognuno di noi dovrebbe avere di produrre il proprio cibo, indipendentemente dal fatto che ciò sia necessario.

Quante scuole avete coinvolto a livello nazionale? E come avviene la selezione delle scuole interessate? Siete voi a contattarle?
Il primo vero passaggio a un livello sovra-provinciale è stato il coinvolgimento in Ortoincontro. In generale non operiamo, quindi, a livello nazionale, anche se ci proponiamo come partner o formatori a questo livello. Spesso, sia attraverso la pagina facebook (https://www.facebook.com/OrtiScolastici) del progetto, sia attraverso il sito www.ortiscolastici.it, riceviamo richieste di consigli e informazioni. Attraverso AiCARE abbiamo organizzato un corso che ha coinvolto persone provenienti da varie regioni italiane e nel prossimo autunno prevediamo di realizzarne almeno altre due edizioni. È in preparazione un corso “a domicilio” per svolgere formazione direttamente presso le scuole interessate.

Che ruolo ha Ecoland in tutto questo?
Ecoland è una società di cui faccio parte. In sé è sopratutto uno strumento che ci ha consentito di rapportarci con alcune realtà e di realizzare, per esempio, la fornitura di attrezzi ad alcune scuole. Essa esprime, però, un sodalizio tra me e Serena che lavoriamo non solo sul tema dell’orticoltura didattica a scuola, ma più in generale sul tema dell’educazione ambientale sia nel mondo scolastico, sia nella società in genere. È un sodalizio che va oltre, coinvolgendo anche un’Associazione di cui facciamo parte insieme ad altre persone con cui condividiamo una certa idea di consapevolezza.

Quali tecniche di coltivazione vengono utilizzate?
La coltivazione potrebbe essere definita biologica. Dico potrebbe perché c’è un bando pressoché totale degli antiparassitari (i cosiddetti “pesticidi”). Questo c’è per motivi di sicurezza, ma anche perché la malattia, la presenza di alcuni parassiti e la stessa morte delle piante coltivate hanno un valore didattico e pedagogico. Faccio un esempio: sapere che si deve dare acqua alle piante è un’informazione, vedere cosa succede quando ci si dimentica di dare acqua porta a una forma di apprendimento consapevole, fa comprendere le responsabilità connesse alla cura di un altro essere vivente. Parimenti, vedere in azione i bruchi della cavolaia dà un’idea molto precisa di come in certi casi sia necessario fare qualcosa. In questi casi, però, si ricorre a soluzioni tipiche dell’agricoltura biologica, così da poter riflettere su quali “buone pratiche” possano rendere migliore il nostro lavoro e il nostro mondo. A volte per necessità, altre per ampliare la gamma delle esperienze, ricorriamo alla coltivazione in contenitore. Questo ci aiuta anche ad avere maggiori garanzie rispetto alle caratteristiche dei terreno in cui coltiviamo. Molto spesso la scienza agronomica viene rivoluzionata, si compiono veri e propri errori. Lo si fa per capire le ragioni di certe regole, ma anche per indurre situazioni interessanti dal punto di vista scientifico. Altrettanto spesso ci aiutano il caso e la natura.

Dove finiscono i prodotti degli orti?
Qui ci sarebbe da scrivere un libro (che in effetti è in fase di stesura). I principali prodotti, infatti, sono del tutto immateriali. Si chiamano stimolo della motricità fine, investigazione scientifica, scoperta, consapevolezza, incontro con i viventi, vità di comunità, saper attendere, conoscere i tempi della natura e l’origine del cibo che mangiamo. Sì, perché alla fine si mangia anche. Nel nostro lavoro non abbiamo mai svolto un’esperienza bella come quella dell’istituto Binotti di Pergola (PU), dove i prodotti vengono usati nella mensa, ma in ogni scuola, così come all’Orto del Giardino della Lumaca (https://www.facebook.com/OrtoDelGiardinoDellaLumaca), di tanto in tanto, si fanno piccoli raccolti e assaggi. Proprio quest’anno nella scuola bilingue di cui dicevo poco prima, nello stesso giorno abbiamo raccolto delle patate, l’aglio e il basilico e mangiato dei fantastici gnocchi di patate al pesto alla genovese preparato con i bambini. In qualche caso la scuola si è ingegnata vendendo il raccolto in un mercatino o alla festa di fine anno.

Fonte

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