Attacco hacker al biologico italiano: il caso matrina

three_pink_ladiesC’è una falla nell’agricoltura biologica italiana. O meglio, nelle leggi che regolano il commercio dei fertilizzanti per l’agricoltura bio. Un bug – direbbero gli esperti informatici – che produttori di mezzi tecnici sfrutterebbero a proprio vantaggio, come dei bravi hacker, per far rientrare dalla finestra ciò che governi e associazioni fanno uscire dalla porta: sostanze che potrebbero alterare la biodiversità e inquinare le falde acquifere con effetti poco chiari sulla salute umana e animale.

Non sempre ciò che è naturale fa bene all’ambiente. E per scoprire l’impatto che un concime, l’estratto di una radice o un minerale hanno in agricoltura occorre fare degli studi. Invece, prodotti che dovrebbero essere sottoposti a costosi processi di misurazione e verifica prima di finire in commercio, riescono a saltare una complessa rete di controlli perché imbottigliati o inscatolati con la dicitura “naturale” o “organico”. Danneggiando il buon nome dell’agricoltura biologica e facendo concorrenza sleale a produttori di mezzi tecnici testati e sicuri.

La Cina è vicina Per risparmiare centinaia di migliaia di euro in esami preliminari sarebbe sufficiente importare dall’estero insetticidi ed erbicidi spacciati come fertilizzanti naturali che, come tali, non sono sottoposti ai rigidi controlli preventivi previsti invece per i fitofarmaci (sostanze che curano le malattie delle piante o ne regolano i processi vitali). Sui siti di e-commerce è possibile trovare molti di questi prodotti e quasi tutti provengono da India e Cina. Come quelli a base di matrina, una sostanza naturale molto diffusa in Oriente ma il cui uso in agricoltura non è ancora contemplato o permesso in Europa e in Italia. Non tutte le aziende straniere la vendono come fitofarmaco, ciò che invece è nella realtà, anzi spesso nelle etichette la definizione è poco chiara. In altri casi la dicitura “fertilizzante” è invece espressa: un chiaro caso di falsificazione, perché, dicono gli esperti, la matrina tutto è meno che un concime. Eppure, poiché è estratta dalla radice di una pianta, la matrina è facilmente spacciabile come fertilizzante bio. Quanto basta per indurre in errore un agricoltore. Il buon senso, infatti, non sempre è sufficiente a decidere sulla tossicità delle molecole utilizzate nei campi: anche un fungo colto in montagna, per quanto naturale, può essere nocivo per la salute umana o animale.

Il paradosso di tutto ciò? Il settore che ha fatto della sostenibilità e dell’impatto zero la sua vocazione rischia di diventare, suo malgrado, il punto debole della sicurezza alimentare italiana. Veicolo di prodotti destinati non solo al biologico ma anche al sistema di coltivazione convenzionale.

Fertilizzanti: né con loro né senza di loro Quello dei mezzi tecnici – cioè il settore di chi realizza e commercializza prodotti per gli agricoltori, come concimi, ammendanti, fertilizzanti e agrofarmaci – è un mondo poco conosciuto dai non addetti ai lavori. E’ il dietro le quinte di tutto ciò che mangiamo perché fornisce gli strumenti chimici per soddisfare le esigenze dell’agricoltura, tanto convenzionale quanto biologica. «In agricoltura biologica i normali agrofarmaci sono banditi ma è possibile utilizzare alcune tipologie di fertilizzanti – spiega Paolo Carnemolla, presidente di Federbio, associazione italiana che riunisce agricoltori biologici e biodinamici – A differenza di quanto avviene nell’agricoltura convenzionale, però, dobbiamo attenerci ad un elenco di prodotti indicati dalla legge italiana: i fertilizzanti devono essere organici». Quindi, se un agricoltore biologico vuole impiegare sostanze additive, deve accertarsi che il prodotto sia tra quelli consentiti. Per farlo esiste un apposito elenco, di cui parleremo più avanti, e che però non sembra garantire da un utilizzo improprio di questi mezzi tecnici.

«I fertilizzanti sono per le piante quello che gli alimenti sono per l’uomo e gli animali», spiega Assofertilizzanti, l’organizzazione che riunisce i principali produttori italiani del settore. I concimi, naturali o sintetizzati, sono elementi che aiutano a integrare (o reintegrare) le sostanze nutritive del terreno, come azoto fosforo e potassio. Sostanze che, a causa delle tecniche di coltivazione intensiva, si riducono progressivamente. Per questo gli integratori diventano indispensabili. Tanto per l’agricoltura convenzionale quanto per quella biologica. E i numeri lo dimostrano.

consumo fertilizzanti in italia - storicoIn base a dati Istat, nel 2012 l’Italia avrebbe consumato complessivamente 4,75 milioni di tonnellate di fertilizzanti. Anche se negli ultimi anni sia il consumo che la produzione delle sostanze è costantemente diminuito, la Penisola continua a utilizzare e importare i prodotti dall’estero. Più precisamente, almeno il 50% del mercato dei fertilizzanti minerali oggi è costituito da prodotti di importazione. Anche nelle coltivazioni biologiche l’impiego dei nutrienti, anche se ridotto, si assesta comunque sugli 1,35 milioni di tonnellate. Una quantità che conferma l’esistenza di un mercato rilevante per l’Italia che solo nel 2013 ha speso 863 milioni di euro per i prodotti stranieri e che conta, sul territorio, tra produttori, importatori e utilizzatori circa 500 mila aziende.

grafico produzionedi fertilizzanti in ItaliaIl 90% delle quali di piccola dimensione e, per questo, più difficili da tenere sotto controllo (ecco di seguito una mappa con il numero di produttori aggiornato a dicembre 2013 dal Ministero dell’Agricoltura in base alle aziende iscritte nel Registro dei Fabbricanti di fertilizzanti – Il record lo detengono le città del Nord: nella sola Provincia di Milano le imprese registrate sono 85).

In basso la Mappa del numero di produttori di fertilizzanti per provincia

Questo quadro dimostra quanto ancora sia lontana l’idea di una agricoltura di massa che faccia a meno dei mezzi tecnici. E non solo in Italia. In questa mappa è rappresentato l’uso di fertilizzanti a base di fosforo, azoto e potassio in milioni di tonnellate in tutto il Mondo dal 2001 al 2011: salvo Africa, Alaska e qualche area dell’America Latina, non c’è nemmeno un lembo di terra che resti scoperto.
Uso di fertilizzanti nel mondo a base di azoto, fosforo e potassio – knoema.com

Gli effetti sull’ambiente Ciò che dovrebbe essere semplice concime o semplice sostanza nutritiva ha in realtà un impatto rilevante sull’ambiente. Per questo gli stessi produttori investono in ricerca e sviluppo per migliorarne la sostenibilità. E i motivi sono evidenti. Secondo un rapporto di Green Peace pubblicato nel 2008 (ma le conclusioni sono condivise anche da organizzazioni come la FAO e l’Earth Policy Institute) «fra tutti i prodotti chimici, i fertilizzanti sono tra le sostanze che maggiormente contribuiscono alle emissioni di gas serra». Questo perché «oltre il 50 per cento di tutti i fertilizzanti cosparsi sul suolo finisce nell’atmosfera o nei corsi d’acqua locali». Tra i componenti chimici dei concimi vi è anche il protossido di azoto (N20), «uno dei gas serra più potenti con un potenziale di riscaldamento globale 296 volte maggiore di quello del biossido di carbonio – si legge nel Rapporto – L’uso eccessivo di fertilizzanti e le conseguenti emissioni di protossido di azoto giocano il ruolo maggiore nel contributo dell’agricoltura al cambiamento climatico: l’equivalente di 2,1 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno. Inoltre il dispendio energetico richiesto per la produzione di fertilizzanti aggiunge altri 410 milioni di tonnellate di CO2 equivalente».

Queste conclusioni, a detta dei produttori di fertilizzanti, per quanto veritiere non terrebbero conto dei progressi dell’industria chimica nel settore dei concimi e soprattutto dei fitofarmaci, altra categoria di mezzi tecnici (si tratta di vere e proprie medicine per le piante, utilizzate per combattere parassiti o prevenire la diffusione di virus) spesso considerata come principale causa di scandali alimentari e avvelenamento dei terreni e delle acque.

Siamo ancora ai tempi del DDT? Ma siamo sicuri che l’agricoltura italiana sia rimasta ai tempi del DDT ? I protocollfotosintesi Nasa - immagine Modernfarmer_corn-productivity-heroi qualitativi interni adottati da associazioni e organizzazioni di produttori come Assofertilizzanti e Agrofarma sembrano dire il contrario. Le imprese associate, oltre ad essere sottoposte alla rigida regolamentazione europea e italiana sui mezzi tecnici, si sottopongo a un Codice di Autodisciplina interno e a regole proprie per aumentare la qualità e la sicurezza dei prodotti.

Un esempio è il Progetto Qualità avviato di concerto con il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e che, grazie a un sistema di punteggio basato sui risultati delle ispezioni, aumenta i controlli all’interno del settore dei fertilizzanti e assegna un marchio di qualità ai produttori più virtuosi. Lo stesso impegno è quello delle associazioni di produttori biologici come Federbio che conta tra i suoi soci anche IBMA Italia (International Biocontrol Manifacturer association), l’Associazione italiana delle aziende operanti nel settore dei mezzi tecnici per l’agricoltura biologica ed ecocompatibile e con cui gli agricoltori bio hanno avviato un Gruppo di Lavoro «allo scopo – si legge sul sito dell’associazione – di esprimere un parere motivato sull’ammissibilità dei formulati commerciali impiegabili per approntare un elenco sempre aggiornabile dei prodotti fitosanitari impiegabili in agricoltura biologica. Il tutto con l’intento non di penalizzare la filiera ma di supportare gli operatori e gli organismi di certificazione, semplificandone il lavoro». Ma tutti questi sforzi “privati” fanno pensare a delle lacune talmente grandi da richiedere alle aziende di provvedere da sole a tappare le falle…

I dati sui residui chimici che non fanno notizia Capire la differenza tra le regole sui fertilizzanti e quelle sugli agrofarmaci è fondamentale per capire dove sia sia prodotta la falla che permette a finti fertilizzanti bio di essere applicati in agricoltura. Saltando i controlli. Per via dei loro componenti chimici, gli agrofarmaci (fungicidi, erbicidi e insetticidi) sono sottoposti a un processo di autorizzazione e verifica preliminare molto più rigido di quello previsto per i concimi. Non a caso il Ministero competente a dare l’ok per la commercializzazione è quello della Salute.

FertilizzanteIn passato queste medicine per l’agricoltura hanno causato danni all’ambiente e sono tutt’ora considerate prodotti estremamente poco sostenibili. Ma le cose non stanno esattamente così. A confermarlo sono i dati dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare Efsa che ogni anno pubblica un report sui residui di agrofarmaci negli alimenti. In base alle regole europee, infatti, ogni cibo non può contenere sostanze in misura superiore a una determinata soglia. Se in un campione di pomodoro o mais vengono riscontrati livelli maggiori, gli alimenti devono essere rintracciati e sequestrati.

E in questo l’Italia vanta un ottimo primato. Nel 2014, in base all’analisi effettuata su circa 79 mila campioni prelevati su 647 diversi tipi di alimenti, in più del 97% dei casi i limiti sui residui fissati dalla normativa europea sono stati rispettati. Vuol dire che quasi il 100% del cibo italiano praticamente non ha residui chimici o se li ha questi restano ben ben al di sotto della soglia di legge. «L’Italia si conferma leader in tema di sicurezza alimentare con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui superiori ai limiti consentiti (0,4%)». commenta in un comunicato Agrofarma, l’associazione di categoria aderente a Federchimica e che riunisce i produttori di fitofarmaci italiani.

La Penisola, dunque, sarebbe il luogo più sicuro al mondo in cui cibarsi. Eppure questi dati, lamentano ricercatori e produttori, non vengono percepiti dall’opinione pubblica. «Sui giornali fanno più notizia le mozzarelle blu e i cetrioli che esplodono anziché le buone notizie. A ben vedere, tutti i più gravi scandali alimentari degli ultimi 15/20 anni hanno avuto origine in altri Paesi e mai in Italia, proprio grazie al nostro sistema di controlli», ha affermato nel corso di una conferenza sul tema della sostenibilità ambientale Maria Lodovica Gullino, direttrice di Agroinnova, Centro di ricerca e competenza agrolaimentare dell’Università di Torino.

Se i fitofarmaci italiani attuali sono prodotti considerati sicuri è perché, prima di essere messi in commercio, devono superare analisi e ricevere l’autorizzazione dal Ministero della Salute. Un processo costosissimo (fino a 200 milioni di euro per quelli chimici e tra i due ei 4 milioni per quelli biologici) che però riduce il rischio di danni all’ambiente. Questo sistama iper controllato ha le sue radici nella normativa comunitaria. In Europa tutte le sostanze chimiche sono sottoposte alle norme REACH (Registration, Evalutaion, Authorization of Chemicals), il Regolamento comunitario adottato nel 2006 che obbliga le industrie a registrare ogni sostanza chimica prodotta o importata se la quantità è pari o superiore a una tonnellata all’anno. Al momento sarebbero 30 mila le sostanze sottoposte al processo di registrazione.

Pur non essendo classificati come fitofarmaci, anche i fertilizzanti sono fatti di sostanze chimiche e come tali sottoposti a un regime di registrazione obbligatorio. In Italia sono previsti un Registro dei fertilizzanti e un Registro dei fabbricanti di fertilizzanti (ma al momento solo quest’ultimo è accessibile). Strumenti di trasparenza a cui si aggiunge una tabella tecnica prevista sempre dalla legge italiana (l’allegato 13 al decreto legislativo 75/2010) e che riporta da un lato la tipologia e e la descrizione dei concimi, dei fertilizzanti e degli ammendanti ammessi sul territorio europeo e dell’altra le corrispettive definizioni e tipologie ammesse in Italia: solo se un prodotto fa parte di entrambe le categorie può essere utilizzato in agricoltura biologica.

La semplice menzione in un elenco è sufficiente a garantire la sicurezza del prodotto? E ci dice qualcosa del suo impatto sull’ambiente? In realtà, no. Leggendo la normativa italiana si scopre che i controlli sul contenuto chimico dei fertilizzanti avvengono solo dopo l’iscrizione nel registro, a campione, e mai prima come avviene invece per i fitofarmaci. E’ questo controllo ex post che causa la falla nel settore biologico italiano?

Due pesi e due misure Per registrare un fertilizzante e ottenerne la commercializzazione occorre inviare una serie di informazioni al Ministero dell’Agricoltura (gli stessi indicati dal Decreto Ministeriale 17 luglio 2012, n. 11175). Tra questi figura la descrizione del contenuto del prodotto e del processo di produzione. Il Ministero infatti è dotato di un organismo interno, ìl COSVIR XI, ovvero il Servizio fitosanitario centrale, che deve esaminare tutta la documentazione inviata dal produttore prima di dare l’ok all’inserimento del registro che, poi, equivale a un ok alla commercializzazione.

Questa verifica, però, avviene solo sul contenuto dei documenti e non sui prodotti. La conferma arriva da fonti del Ministero secondo cui non c’è l’obbligo di effettuare analisi di laboratorio preliminari.  Nemmeno il COSVIR le effettuerebbe come prassi prima della registrazione.  L’unico obbligo è quello dell’autocertificazione. Basta, cioè, scrivere che il fertilizzante contiene le sostanze X e Y ammesse dalla legislazione italiana. Ma nessuno verifica prima se le sostanze descritte sono davvero sostanze ammesse. Il controllo fai-da-te, consentito per legge, renderebbe i fertilizzanti organici (soprattutto quelli importati dall’estero) meno sicuri dei fitofarmaci prodotti in Italia. E aprirebbe le porte a importazioni di sostanze e fertilizzanti non testati da trasformare direttamente nella Penisola.
Dando vita a un potenziale sistema di frodi e concorrenza sleale che farebbe vendere fitofarmaci evitando i costosi controlli e soprattutto pagando meno Iva sul prodotto: il 4% contro il 10% degli agrofarmaci. Il tutto giocando semplicemente sullo stereotipo che naturale è buono e non necessita di controlli restrittivi mentre chimico è cattivo e quindi impone un apparato di controllo più efficiente. Dimenticando che in entrambi i casi i controlli dovrebbero essere rigidi, preliminari e costanti.

EU_Organic_Logo_Colour_rgb«L’industria chimica paga lo scotto di un progresso tecnologico e innovativo che si è sviluppato più in fretta dei sistemi di misurazione e analisi che quindi non sempre hanno registrato per tempo i miglioramenti fatti dal settore – dichiara Lorenzo Faregna, direttore di Agrofarma – Uno squilibrio che ha lasciato al comparto l’etichetta di “industria dell’inquinamento”. Così, nonostante siano stati fatti sforzi enormi per ridurre l’impatto ambientale continuiamo a scontrarci con preconcetti ideologici basati sul sentito dire. Non a caso la parola pesticida continua ad avere una connotazione estremamente negativa. Oggi è più corretto parlare di fitofarmaci proprio perché la ricerca e lo sviluppo che vi sono dietro ne garantiscono alti livelli di sicurezza».

Gli stessi livelli che invece sembrano diventare più elastici per i prodotti organici. «L’opinione pubblica crede che il biologico sia “buono” perché non usa prodotti chimici, ma in realtà il prodotto principe del biologico è il rame, che è un metallo», conclude Faregna. Un problema di immagine, dunque, di cui Federbio, l’associazione dei produttori biologici, è consapevole tanto che ha istituito un apposito gruppo di lavoro per far luce su quali siano i fertilizzanti davvero naturali e sostenibili. «Mentre i controlli a valle, sugli agricoltori biologici, sono efficienti e rigidissimi non altrettanto può dirsi di quelli a monte – denuncia il presidente di Federbio, Paolo Carnemolla – Il risultato è che viene punito l’agricoltore magari ignaro del contenuto del prodotto usato e questo non è giusto».

La prova acquisto Sul portale di e-commerce Alibaba (che non è responsabile per il contenuto della merce commercializzata) è possibile acquistare prodotti a base di matrina, una sostanza utilizzata come antitumorale e molto diffusa nell’agricoltura cinese. Ma non ancora contemplata o permessa in Europa e in Italia. Proviamo allora a selezionare dall’elenco un biopesticida a base di matrina per acquistarlo e scriviamo al produttore per saperne di più. La risposta arriva via mail dalla Qingdao Future Group. La società, con base a Shandong, in Cina, è specializzata nella produzione di «organic and biological fertilizers», fertilizzanti organici e biologici. Nella mail avevamo chiesto informazioni specifiche sulle proprietà della matrina e sul suo possibile impiego in agricoltura biologica, ma l’azienda non risponde direttamente in merito. Ci dice solo di guardare il catalogo perché la società fornisce prodotti adatti al nostro caso e comunque «esporta già in Italia pur non avendo un agente di commercio sul luogo».

Il tentativo di spacciarsi per un agricoltore italiano in cerca di prodotti tecnici bio si arresta qui. Ciò che è interessante è Factor-e-farm_OpenSourceEcologyche scorrendo i cataloghi di altri produttori, nelle etichette la matrina è definita come fertilizzante, salvo poi scoprire nelle istruzioni che va benissimo anche come insetticida.

Ma in Italia sarebbe possibile etichettare e imballare sostanze chimiche in modo così ambiguo? «Un prodotto venduto come fertilizzante non può essere pubblicizzato o segnalato come erbicida», conferma Lorenzo Faregna, direttore di Assofertilizzanti e Agrofarma. «E questo proprio perché le regole per la produzione e la registrazione dei fertilizzanti sono diverse da quelle previste per i fitofarmaci. Se uno dei nostri associati spacciasse per fertilizzante naturale un fitofarmaco la nostra associazione e il comitato ontologico esterno lo denuncerebbero e assumerebbero provvedimenti anche pesanti nei suoi confronti».

Matrina indicata come fertilizzante

Queste sanzioni però non sempre hanno degli equivalenti all’estero. Dove, pur esistendo protocolli di certificazione – qui un esempio inviatoci dalla stessa Qingdao, azienda che rispetterebbe i criteri IMO, istituto internazionale di certificazione ecologica – si adottano criteri di registrazione e di analisi non sempre equiparabili a quelli europei: ergo, ciò che è considerato sicuro in un Paese non è detto lo sia anche per gli standard del Vecchio Continente.

La matrina è pericolosa o no? Come tutti i retroscena, anche il settore dei mezzi tecnici per l’agricoltura non sempre è illuminato a dovere. Mentre le regole per la produzione e la commercializzazione di sostanze chimiche per l’agricoltura tradizionale sono molto chiare e rigide, quelle sulle autorizzazioni dei fertilizzanti biologici sarebbero più elastiche. Proprio a causa dell’adagio per cui ciò che è organico, in fondo, non può danneggiare l’ambiente. Quanto basta per consentire di importare dall’estero prodotti a base di sostanze di cui poco o nulla si sa sugli effetti per il suolo, l’acqua, l’uomo. E’ il caso della matrina. Nel database realizzato dalla Pesticide Action Network, una rete americana che promuove la classificazione dei pesticidi per sostituirne l’utilizzo con prodotti ecologici, la sostanza è indicata appunto come pesticida e non come fertilizzante ma non si hanno dati ufficiali sulla sua tossicità.

Nemmeno la Food and Agriculture Organization (la FAO, organismo delle Nazioni Unite che si occupa delle regole internazionali nel settore alimentare e agricolo) sa di che sostanza parliamo . «Non ho mai sentito parlare della matrina», spiega Mark Devis, esperto Fao in produzione vegetale e protezione delle piante. «Certo è che il numero di sostanze classificate come biopesticidi sta aumentando a vista d’occhio, specie nei Paesi in via di sviluppo» continua il funzionario. «La registrazione dei biopesticidi è obbligatoria, mentre per i fertilizzanti il processo è diverso ma occorre comunque un monitoraggio». Gli agricoltori cinesi conoscono gli effetti dei biopesticidi sull’ambiente? «Li conoscono molto bene e ne conoscono anche i problemi. Per questo è importante aiutare i governi e gli agricoltori ad addottare regolamenti sempre più trasparenti e che garantiscano un uso corretto di queste sostanze». La Fao ha attivato un panel per raccogliere informazioni e diffondere buone prassi nel settore dei fertilizzanti e dei fitofarmaci. Esiste anche un prontuario sull’uso corretto delle sostanze in agricoltura, approvato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma se le norme non vengono rispettate è impossibile tenere sotto controllo gli effetti collaterali di un utilizzo improprio di fertilizzanti e agrofarmaci.

Gli esperimenti e le conclusioni in due studi Le Nazioni Unite non avranno informazioni certe sulla matrina. Ma alcuni studi condotti in India e in Korea forniscono dettagli utili. Una ricerca coreana, infatti, confermerebbe le proprietà antibatteriche e il basso impatto ambientale dell’estratto di radice cinese, ma uno studio realizzato dal Benazir College di Bhopal (pubblicato nel 2012) arriva a conclusioni opposte per quanto riguarda le conseguenze sulla salute animale. I ricercatori indiani hanno condotto un esperimento iniettando nelle vasche di allevamento di un pesce molto diffuso nel Paese, il labeo rohita, determinate quantità di matrina. Dimostrando che dosi superiori allo 0,2% possono uccidere. E molti dei fertilizzanti o biopesticidi a base di questo estratto naturale ne contengono in soluzione dallo 0,3% in su. Nel caso di specie, più della metà degli esemplari presenti nella vasche – circa 20 – non sarebbero sopravvissuti. La tossicità dei biopesticidi a base di matrina, inoltre, sarebbe nota già dalla fine degli anni Novanta. «I nuovi pesticidi a base di estratti vegetali sono molto popolari per via della loro grande efficacia e bassa tossicità e al fatto che lascerebbero pochi residui – si legge in altri studi indiani risalenti al 1998, 1999 e 2007 – Eppure, è stato rilevato che molti di questi biopesticidi sono tossici per organismi non-target poiché indurrebbero alterazioni nelle specie animali».

Queste conclusioni non lascerebbero dubbi sulla nocività della matrina. Ma quanto è attendibile lo studio indiano? «Questa ricerca utilizza specie e protocolli non internazionali ed è pubblicato su una rivista di basso livello, tuttavia potrebbe essere un elemento importante per definire dosaggi e modalità di utilizzo del prodotto (di certo non riversandolo direttamente in acqua come fatto dai ricercatori indiani), così come normalmente si fa in Europa», spiega Massimo Pugliese, ricercatore del Centro di ricerca e competenza agroalimentare dell’Università degli Studi di Torino, Agroinnova. «Tutte le sostanze registrate come fitofarmaci sono soggette a studi tossicologici molto rigidi, soprattutto in Europa, su organismi, test e secondo protocolli internazionali. L’aspetto che ritengo più preoccupante è il fatto che i prodotti alimentari importati non dovrebbero contenere questa né altre sostanze non autorizzate (e molte volte ben più pericolose), proprio per garantire standard di sicurezza ai consumatori. Ma purtroppo prevalgono spesso logiche commerciali internazionali».

Il fatto che la matrina sia utilizzata tranquillamente nell’agricoltura cinese vuol dire che è ammessa anche in Italia? «Assolutamente no. La matrina non è autorizzata in Europa e quindi in Italia non possono essere utilizzati prodotti a base di matrina». Elenco delle sostanze ammesse in Europa e in Italia alla mano (anche in base alla tabella tecnica dell’allegato 13 al Dlgs 75/2010) in effetti non esistono riscontri su sostanze e fertilizzanti a base di estratti di radice o che menzionano la matrina. «Ho avuto a che fare con queste sostanze lavorando in Cina. Si tratta di un estratto di piante molto usato nel Paese e non solo (ma non in Europa) come insetticida (matrine) e come battericida (oxymatrine) – conclude Pugliere – Inoltre, in Cina esistono anche prodotti chimici di sintesi (e quindi non estratti di piante come nel caso della matrina) ormai obsoleti e non più utilizzabili in Europa da diversi anni».

A chi spettano i controlli? In Italia e in Europa non si può commercializzare nessun fertilizzante o fitofarmaco che non sia stato studiato secondo i protocolli UE. Eppure prodotti a base di matrina non solo arrivano in Italia ma verrebbero utilizzati in agricoltura come fitofarmaci. «Più che di falle nell’agricoltura biologica io parlerei di falle nelle regole sui mezzi tecnici per l’agricoltura biologica», afferma Paolo Carnemolla, presidente di Federbio, l’associazione dei produttori biologici che si è dotata di un gruppo di lavoro per analizzare meglio l’elenco dei fertilizzanti organici in mano al Mipaaf. «Il sistema di controlli sugli agricoltori bio è molto rigido – continua Carnemolla – le nostre aziende subiscono due ordini di ispezione, quelli per l’agricoltura convenzionale e quella per il biologico. Al contrario, nel settore dei mezzi tecnici ci sono requisiti da rispettare che non vengono controllati adeguatamente dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali per via delle regole esistenti: basta una autocertificazione per far registrare il prodotto come fertilizzante biologico e se poi viene fuori che quel prodotto è nocivo o illegale vengono puniti gli agricoltori, spesso inconsapevoli del reale contenuto dei fertilizzanti utilizzati, e non i produttori di queste sostanze».

Chi dovrebbe effettuare i controlli? Giorgio Cingolani è un agricoltore biologico specializzato in farro. Ha un piccolo appezzamento di terreno nelle Marche a cui non applica nessun tipo di sostanza chimica (né naturale né tantomeno sintetizzata). «Appena due ore fa ho ricevuto la visita del certificatore – ci dice al telefono – Un tecnico mandato dal mio ente di controllo, l’ICEA (istituto di certificazione etico ambientale, ndr)». Sono questi centri, infatti, a effettuare le verifiche sugli agricoltori biologici, per assicurarsi che coltivino davvero secondo le regole di sostenibilità imposte dalla legge (in paricolare, dal Regolamento europeo 889/2008). In ballo infatti non c’è solo l’etichetta “bio” ma un intero sistema di sussidi e agevolazioni che la normativa europea sulla Politica Agricola Comunitaria destina esclusivamente a questo settore. Gli organismi che svolgono le verifiche sono privati e autorizzati a loro volta dal Ministero dell’Agricoltura che aggiorna periodicamente l’elenco degli enti.

«Gli organismi possono fare ispezioni in qualsiasi momento, ma esiste un controllo annuale standard, concordato con l’agricoltore, che serve a rinnovare il certificato necessario per essere inquadrati come produttori biologici». Di che tipo di controllo parliamo? «Sostanzialmente è un controllo cartaceo. Faccio un esempio pratico: per legge devo usare solo sementi certificate biologiche, quindi devo avere traccia di tutte le fatture e dei certificati che attestano che quel prodotto è un prodotto bio: il tecnico quindi si accerta che tra le fatture e i certificati ci sia congruità». A produttori come Cingolani vengono controllati anche i sacchetti e i cartellini dei semi utilizzati. Se qualcosa non torna il certificatore segnala le incongruenze e può anche prelevare un campione di terreno per farlo analizzare in laboratorio e accertarsi che non siano stati utilizzati fitofarmaci o fertilizzanti non amessi. Ma tutto questo accade solo dopo che eventuali prodotti nocivi siano stati venduti e applicati. «Gli agricoltori biologici non hanno interesse a frodare il sistema – spiega Cingolani – primo perché questo comparto ha una forte impronta etica». E secondo, aggiungiamo noi, perché non conviene rinunciare alle agevolazioni del settore e al marchio biologico come sinonimo di alta qualità. Spesso però chi coltiva è impreparato a utilizzare i prodotti e non sa cosa contengano davvero.

L’inconsapevolezza incolpevole e il paradosso della formazione Dove non arriva il controllo, però, potrebbe arrivare la formazione. Produttori associati ad organizzazioni come Assofertilizzanti o Agrofarma possono realizzare i fertilizzanti e i fitofarmaci più sicuri al mondo, ma non potranno mai sapere che uso ne facciano davvero contadini e allevatori. Anche un innocuo sciroppo può diventare tossico se ne bevo una bottiglietta intera, in barba alle istruzioni sul bugiardino.

«L’impiego dei fertilizzanti, in particolar modo di quelli di sintesi, comporta rischi per l’ambiente e per l’uomo quando le quantità di principi nutritivi distribuiti sono eccedenti le capacità di assorbimento da parte del terreno e delle piante stesse», si legge sul sito dell’Arpa della Regione Veneto. Un adagio ripetuto da tutte le organizzazioni pubbliche deputate alla tutela dell’ambiente e che sottolineano lo stesso problema: le quantità, oltre che la qualità dei prodotti applicati, sono importanti e possono fare la differenza tra il rispetto per il suolo e il suo inquinamento.

Ma chi insegna a usare in modo corretto fertilizzanti e fitofarmaci? «Normalmente le stesse aziende che li producono – spiega Lorenzo Faregna, direttore di Agrofarma – Nessuno vuole legare il proprio nome ad un abuso di prodotto ed è prassi, quando si presenta un nuovo mezzo tecnico, che vengano fatte anche dimostrazioni pratiche del suo utilizzo. Il problema è che, appunto, restano dimostrazioni volontarie che non sono valide come corsi certificati». Il Piano d’azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, infatti, prevede corsi obbligatori per i rivenditori e gli utilizzatori professionali dei prodotti, con tanto di superamento di esami e assegnazione di un patentino se ad essere impiegati sono i fitofarmaci.

Eppure, corsi obbligatori non possono essere svolti direttamente dai produttori dei mezzi tecnici. «Come Agrofarma ambiremmo ad aumentare la conoscenza sul corretto impiego dei prodotti, ma per un ipotetico conflitto di interessi siamo stati esclusi dalla formazione per l’ottenimento del patentino. Vale a dire: facciamo formazione, ma questa formazione – cioè quella svolta direttamente dalle nostre aziende – non vale per ottenere il certificato sul corretto utilizzo dei fitofarmaci. Ciò implica escludere dalla filiera dal processo di formazione proprio chi conosce meglio il prodotto, perché lo ha realizzato ed è un esperto del settore». Invece, gli stessi esperti collaborano con gli enti pubblici per effettuare i controlli sui prodotti e sulle frodi. Un esempio: Assofertilizzanti e Federchimica hanno sottoscritto un accordo con l’ICQRF, l’Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e Repressione Frodi dei prodotti agroalimentari del Ministro dell’Agricoltura. Perché le aziende produttrici possono fare da consulenti agli ispettori ma non possono formare direttamente sull’uso dei propri prodotti? Un paradosso, secondo Agrofarma, che dimostrerebbe quanto labile sia il conflitto di interesse come motivo di esclusione dalla formazione obbligatoria. Posizione condivisa anche dai produttori di mezzi tecnici biologici riuniti in IBMA Italia.

Possibile, però, che una parte dei danni ambientali – specie al di fuori dei confini italiani – sia dovuto non tanto al tipo di sostanze applicate ma a un modo errato di applicarle da parte di tecnici e agricoltori? «Sull’aspetto dei danni ambientali al di fuori dell’Italia le cause sono molteplici, non c’entra solo la formazione. Sicuramente la formazione ha una grossa e fondamentale importanza. Non la individuerei come unica causa, ma sicuramente una delle più importanti», conclude Faregna. Ognuno, insomma, faccia la sua parte se non vuole che del biologico resti solo la forma. Senza più la sostanza.

Fonte

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