Alimentazione corretta per chi ha problemi alla Tiroide

Il dottor Raul Vergini, esperto di patologie endocrine e della tiroide, ci spiega come ripristinare un sano metabolismo energentico e ormonale attraverso l’alimentazione

Alimentazione corretta per chi ha problemi alla Tiroide

I problemi e le malattie alla tiroide sono in netto aumento negli ultimi anni e disegnano ormai una mappa ben precisa dell’influenza che la vita moderna, con i suoi inquinanti ambientali, il suo ritmo stressante e la sua alimentazione povera di nutrienti, ha imposto alle società industrializzate.

Un aiuto consistente in questi casi viene però dallo scegliere una dieta che favorisca la ripresa della normale funzionalità di questa importante ghiandola, sia nel caso che tale attività sia carente, sia che, al contrario, risulti eccessiva. Su questo tema abbiamo chiesto lumi a un medico esperto di patologie endocrine e della tiroide, Raul Vergini, autore di libri sul tema e studioso dei processi che portano agli scompensi tiroidei e delle relative terapie naturali.

Come sottolinea il dottor Vergini, l’individuazione dell’alimentazione adatta è abbastanza facile da arguire a seconda della situazione di partenza e di alcune verifiche di base. Con un po’ di impegno quotidiano è quindi possibile aiutare in modo sostanziale il recupero dell’organismo e ottenere miglioramenti strutturali ottimali per un ripristino di un sano metabolismo energetico e ormonale. Vediamo come.

 

In questi ultimi anni i disturbi della tiroide stanno conoscendo, purtroppo, una crescita notevole nelle nostre società. Le cause sono di vario genere e possono avere origini di tipo ambientale, nutrizionale, genetico, da esposizione a radiazioni, carenze di iodio, malattie metaboliche, allergie ecc. Oltre alle terapie abituali, è possibile affrontare queste patologie con la dieta? O questa rimane solo un aiuto valido ma che va sempre integrato con altri rimedi?

La dieta è sicuramente importante e a volte addirittura fondamentale (ad esempio per il possibile ruolo svolto dal glutine nello scatenare o nel mantenere un’infiammazione autoimmune, come in caso di tiroidite di hashimoto) ma se siamo di fronte a un ipotiroidismo piuttosto conclamato, soprattutto se la ghiandola ha già subito danni strutturali ad opera di una patologia autoimmune, la sola dieta non è in grado di compensare la carenza di ormoni tiroidei. In questi casi essa rimane un aiuto valido, ma va comunque integrata con gli opportuni interventi terapeutici che spesso in questi casi richiedono anche l’uso di ormoni tiroidei (ma in questo caso io preferisco utilizzare la “vecchia” tiroide secca di maiale piuttosto che la tiroxina sintetica usata oggigiorno).

 

Qual è il tipo di dieta esatto che concorre a migliorare la situazione di una tiroide affaticata o ammalata? Ci sono differenze di alimentazione per le varie tipologie di disfunzione della tiroide come l’ipotiroidismo e l’ipertiroidismo?

La tiroide per funzionare bene ha bisogno innanzitutto di un’adeguata quantità di proteine, per cui queste non devono mai mancare nella dieta, e piuttosto si riducano i carboidrati. Naturalmente vanno eliminati i cibi di scarsa qualità come i carboidrati raffinati e gli olii di semi o i grassi idrogenati (margarine), poi si consiglia di eliminare il latte e di ridurre il consumo di formaggi (specie se vaccini).

L’olio di cocco è invece un alimento amico della tiroide, in quanto ne stimola l’attività.

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Ci sono poi cibi che inibiscono l’attività tiroidea (i cosiddetti cibi gozzigeni, cioè che possono provocare il gozzo) che naturalmente vanno evitati in caso di ipotiroidismo, mentre questi stessi cibi potrebbero essere privilegiati nel caso opposto di iperattività tiroidea, cioè di ipertiroidismo. I principali sono tutta la famiglia dei cavoli (verza, broccoli, cavolfiori, cavoletti, kale, ecc) e la soIa, ma in misura minore anche miglio, spinaci, pesche, arachidi, alcune radici, fragole e altri. Tutti questi cibi gozzigeni perdono comunque parte della loro attività inibitrice se consumati cotti.

 

In caso di carenza di iodio si può arrivare a integrarne la quantità che serve con la dieta o con degli integratori alimentari?

I giapponesi con la loro dieta ricca di alghe e pesce possono riuscire a raggiungere quantitativi quotidiani di iodio per noi inimmaginabili (fino a 10-12mg al giorno, considerate che la RDA dello iodio è 150mcg). In caso di necessità è quindi possibile aumentare lo iodio nella dieta mediante un maggior consumo di pesce e usando alghe in cucina, oppure assumendo integratori di alghe come il fucus. Riguardo al sale, invece del sale iodato consiglio piuttosto un buon sale marino integrale che contiene ancora tutti i minerali presenti nell’acqua del mare, come il sale di Bretagna (sale dell’ Atlantico). Dosi maggiori di iodio (simili a quelle ingerite dai giapponesi) sono invece raggiunte solo con l’uso di prodotti farmaceutici specifici (come la Soluzione di Lugol) ma vanno utilizzati solo in caso di reale necessità e sotto prescrizione di un medico competente, in quanto in certe patologie tiroidee e in certe situazioni anche non patologiche (ad es. gravidanza) potrebbero essere controproducenti.

Il metabolismo ormonale disturbato che si verifica nel quadro di una situazione tiroidea zoppicante, con tutto il suo corollario di patologie che ne possono derivare (come stanchezza cronica, affaticamento delle surrenali ecc.), può essere arginato o riparato con una alimentazione ad hoc? Ovvero, con la dieta si può intervenire per riequilibrare lo squilibrio ormonale e le disfunzioni del metabolismo energetico che sono una delle cause primarie della sofferenza dei malati di tiroide?

Alcuni ad esempio hanno riscontrato benefici con una dieta senza glutine. È possibile?

Ho già praticamente risposto a questa domanda precedentemente, ma riguardo al glutine posso dire che un’intolleranza a questa sostanza può essere alla base di una reazione autoimmune come quella che si rileva nella tiroidite di Hashimoto (che oggi è la causa più comune di ipotiroidismo) e in questo caso naturalmente l’astensione dal glutine è fortemente consigliata e può migliorare notevolmente il quadro clinico. Il problema è che non esistono test affidabili al 100% per rilevare questa intolleranza, poichè la classica ricerca degli anticorpi nel sangue rileva solo i casi di celiachia “vera” mentre i vari i test bioenergetici hanno una validità molto variabile.

In questi casi la cosa migliore da fare è astenersi completamente dal glutine per 4 settimane, se in questo periodo si avvertono importanti miglioramenti dello stato psico-fisico si può dedurre che esiste un problema con il glutine ed è quindi bene astenersene, se invece non ci sono cambiamenti significativi probabilmente in quel caso il glutine non è un problema e si può riprenderne il consumo (sempre con moderazione).

Il dottor Raul Vergini riceve a Forlì nel suo studio privato, per informazioni: http://drvergini.it

Valerio Pignatta

Fonte

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