Perchè le banche desiderano così tanto i nostri depositi?

Economiabankofengland

DI ELLEN BROWN

counterpunch.org

Molte Authorities ci hanno già detto che le banche non prestano il denaro che è stato depositato, ma quello che esse stesse hanno creato. Nel 1959 Robert B. Anderson, Segretario al Tesoro sotto Eisenhower, disse che:

Quando una banca concede un prestito, aggiunge semplicemente al conto di deposito del mutuatario, aperto presso la stessa banca, l’ammontare del prestito. Il denaro non viene preso dai depositi bancari, né qualcuno lo ha precedentemente versato. Si tratta di denaro nuovo, creato dalla banca perché possa essere utilizzato dal mutuatario.

La Banca d’Inghilterra lo ha detto nella Primavera del 2014, nel suo bollettino trimestrale:

La realtà su come oggi il denaro viene creato, differisce dalla descrizione che si trova in alcuni libri di testo di economia: le banche, più che ricevere in deposito i risparmi delle famiglie per poi prestarli, creano esse stesse il denaro.
… Ogni volta che una banca concede un prestito, crea allo stesso tempo un deposito dello stesso importo nel conto corrente del mutuatario, creando così nuovo denaro.

Tutto ciò porta a chiedersi: se le banche non prestano i soldi dei loro depositanti, perché allora non fanno che azzuffarsi fra di loro per poterli attrarre? Le banche, in effetti, fanno pubblicità per attirare i depositanti, e pagano degli interessi sui soldi depositati.

A che cosa servono, quindi, i nostri depositi? La risposta è che, seppur le banche non hanno bisogno dei depositi per creare gli impieghi, esse hanno comunque bisogno di far quadrare i loro libri contabili, ed attirare i depositi della clientela è di solito il modo più economico per poterlo fare.

FARE I CONTI CON LA FEDERAL RESERVE (FED)

Da quando è stato approvato il “Federal Reserve Act”, nel 1913, alle banche è stato chiesto di compensare i loro debiti/crediti (clearing) attraverso la Fed o un’altra “camera di compensazione” (clearing house). Le banche detengono le riserve negli appositi “conti di riserva” (reserve accounts) aperti a questo scopo presso la Fed, costituiti di solito dalla riserva minima obbligatoria.

Quando il prestito della “Banca A” diventa un assegno che va alla “Banca B”, la Fed addebita il “conto di riserva” della “Banca A” ed accredita quello della “Banca B”. Se, alla fine della giornata, il “conto di riserva” della “Banca A” va in rosso, la Fed lo considera automaticamente come uno scoperto, e conferisce alla “Banca A” il denaro necessario.

La “Banca A”, quindi, deve compensare quello scoperto di conto (clearing). Attirare i depositi della clientela, chiamati “retail deposits” (depositi o raccolta al dettaglio), è un modo decisamente economico per poterlo fare.

Ma se alla banca mancano i “retail deposits”, il denaro può essere preso in prestito sui mercati monetari, di solito quello della Fed, presso i quali le banche vendono alle altre banche le loro riserve in eccesso. I soldi così acquistati vengono chiamati “wholesale deposits” (depositi o raccolta all’ingrosso).

Si noti che le riserve in eccesso saranno sempre disponibili da altra qualche parte, dal momento che le riserve che hanno appena lasciato la “Banca A”  sono andate in qualche altra banca. L’eccezione è quando i clienti prelevano in contanti, ma questo accade solo di rado rispetto a tutta la moneta elettronica che ogni giorno va avanti ed indietro nel sistema bancario.

Prendere denaro in prestito sul mercato della Fed è decisamente poco costoso – un interesse dello 0,25% annuo per i prestiti “overnight” (devono essere estinti il primo giorno lavorativo successivo a quello in cui sono stati costituiti, sicché la loro durata è di una sola notte, da qui il nome, ndt). Ma è comunque più costoso che prendere denaro in prestito dai“retail deposits” costituiti presso la stessa banca.

LA STRETTA (CREDITIZIA) SULLE BANCHE MINORI: LA CONTROVERSIA SUI “WHOLESALE DEPOSITS”

Questa è senz’altro una delle ragioni per cui le banche cercano di attirare i depositi … ma ce n’è comunque un altro, seppur più controverso. In risposta alla crisi del credito del 2008, la “Banca dei Regolamenti Internazionali” (con il “Basilea III”), il “Dodd-Frank Act” (promuove una più stretta e completa regolazione della finanza statunitense, incentivando allo stesso tempo una maggiore tutela sia dei consumatori che del sistema economico statunitense, ndt) ed infine la “Federal Reserve” hanno limitato la quantità di “wholesale deposits” che le banche possono prendere in prestito.

La teoria è che ci sono minori probabilità che i “retail deposits” possano “fuggire” dalla banca (rispetto agli “wholesale deposits”), poiché provengono dai suoi fedeli clienti. Ma, come ha osservato Warren Mosler (fondatore della “Modern Monetary Theory” e proprietario egli stesso di una banca), questa premessa non solo è infondata, ma è anche molto dannosa se applicata alle banche delle comunità più piccole.

Un “Certificato di Deposito” a dieci anni, acquistato attraverso un intermediario (un “wholesale deposit”) è, al contrario, molto più “stabile” di quanto lo siano i “retail deposits” effettuati dai risparmiatori locali, che possono estinguerli il giorno successivo. La regola (ovvero la limitazione di cui sopra, ndt) non solo ha imposto delle inutili difficoltà alle banche più piccole, ma ha seriamente limitato i loro prestiti.

Ma sono proprio queste le banche che effettuano la maggior parte dei prestiti alle piccole/medie imprese, creando la maggior parte dei nuovi posti di lavoro. Warren Mosler scrive:

Il problema attuale, con le piccole banche, è che il costo che devono affrontare per la raccolta dei fondi è troppo alto. Attualmente, il vero costo marginale, per le banche di piccole dimensioni, è più alto di almeno due punti percentuali rispetto a quello che le banche “troppo grandi per fallire” stanno pagando per il loro finanziamento attraverso i “Fed funds”. Tutto ciò sta mantenendo in alto le aliquote minime che le banche di piccole dimensioni sono costrette ad applicare sui loro prestiti, la qual cosa porta all’esclusione di molti possibili mutuatari, a causa dei costi.

Il motivo principale per l’alto costo della raccolta-fondi è che, per procurarseli, si devono ovviamente remunerare i “retail deposits”. Questo obbliga tutte le banche a competere fra di loro per poterli attirare. Operativamente sono i prestiti che creano i depositi – e quindi c’è sempre la quantità esatta di “depositi” per finanziare tutti i “prestiti”. Tuttavia, ci sono anche alcune perdite.

Queste perdite si riferiscono al contante in circolazione, al fatto che alcune banche, in particolare le grandi “Money Center Banks” (la loro attività in entrata/uscita è volta essenzialmente ai Governi, alle multinazionali e alle altre banche, esclusi i piccoli consumatori, ndt), hanno “retail deposits” in eccesso, ed anche ad un altro paio di fattori operativi.
Questo fa sì che le piccole banche debbano far salire gli interessi sui “retail deposits”, con un aumento dei costi per tutte loro. Qualsiasi banca che venga anche remotamente considerata “debole”, inoltre, è costretta a pagare tassi d’interesse ancor più elevati, anche se i suoi depositi sono completamente assicurati dalla FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation).

Le piccole banche, inoltre, sono spinte ad aprire delle costose filiali, che possono aggiungere un altro punto percentuale al costo marginale, per tentare di attrarre i “retail deposits”. In questo modo, inducendo le piccole banche a competere fra di loro per il difficile accesso alle fonti di finanziamento, le “autorità di regolamentazione” hanno effettivamente fatto aumentare il costo della raccolta-fondi.

Per Mosler la soluzione è che la Fed faccia prestiti non garantiti, ed in quantità illimitata, a tutte le banche aderenti al suo “Tasso Ufficiale di Riferimento (TUR)”. E’ necessario, inoltre, che le “autorità di regolamentazione” lascino cadere l’obbligo che una percentuale della raccolta bancaria debba derivare dai “retail deposits”.

LA SOLUZIONE “BANCA PUBBLICA”

Se la Fed non dovesse agire, però, c’è un’altra possibile soluzione: quella che i governi statali e locali si facciano carico essi stessi della questione. Potrebbero aprire, in altre parole, delle banche di proprietà pubblica, sul modello della “Banca del North Dakota” (BND).

Queste banche non avrebbero carenza di “retail deposits”, dal momento che sarebbero le depositarie delle entrate dei governi locali. In North Dakota tutte le entrate dello Stato sono depositate per legge nella BND. La BND, quindi, affianca le banche delle comunità locali, ne condivide gli impieghi, provvede alla loro liquidità e capitalizzazione e, infine, acquista i mutui ipotecari per abbassarne i tassi d’interesse.

Il risultato è che il North Dakota, in questo momento, ha più banche pro-capite di qualsiasi altro Stato. Secondo una relazione dello “Institute for Local Self-Reliance”, pubblicata nel Maggio del 2011:

Grazie in gran parte alla BND, le banche locali sono molto più robuste in North Dakota che negli altri Stati … Mentre le piccole-medie banche locali (assets sotto i 10 miliardi di dollari) rappresentano solo il 30% dei depositi a livello nazionale, nel North Dakota hanno il 72% del mercato …

Uno dei principali metodi attraverso i quali la BND rafforza queste istituzioni, è partecipare ai prestiti erogati dalle banche locali e dalle cooperative di credito. Questo espande la capacità delle banche locali di effettuare prestiti ….
La BND provvede anche ad un “mercato secondario” per i prestiti originati dalle banche locali (il mercato secondario è il luogo dove vengono trattati i titoli già in circolazione, che vi rimangono fino alla loro eventuale scadenza, ndt) ….
Nonostante i governi dei Comuni e delle Contee possano depositare i loro fondi presso la BND, questa banca li incoraggia a farlo nelle banche delle comunità locali. La BND facilita queste operazioni fornendo alle banche locali delle “lettere di credito” a garanzia dei fondi pubblici depositati. Negli altri Stati le banche devono soddisfare dei requisiti di garanzia piuttosto onerosi per poter accettare i depositi pubblici, che possono rendere l’operazione più costosa di quanto ne valga la pena. Ma nel North Dakota i requisiti di garanzia sono superati grazie alle lettere di credito della BND ….

Nel corso degli ultimi dieci anni l’ammontare dei “prestiti pro capite” effettuati dalle piccole banche locali (quelle con assets minori di 1 miliardo di dollari) del North Dakota è stato in media di circa 12.000 dollari, rispetto ai 9.000 dollari del South Dakota e ai 3.000 dollari a livello nazionale. Il divario è ancora maggiore per i prestiti effettuati alle piccole imprese. Le banche locali del North Dakota, negli ultimi dieci anni, hanno concesso in media il 49% in più, per i prestiti alle piccole imprese, rispetto a quelle del Sud Dakota, ed il 434% in più rispetto alla media nazionale.

Negli altri Stati l’aumento dei costi, per conformarsi alle normative federali, stanno mettendo le piccole banche fuori dal mercato. Il numero delle piccole banche, negli Stati Uniti, si è ridotto del 9,5% solo per effetto del “Dodd-Frank Act” del 2010, e la loro quota di assets bancari, sul totale degli Stati Uniti, si è ridotta del 18,6%.

Ma non è questo il caso del North Dakota, che ha il 35% in più di banche pro-capite rispetto al suo vicino più prossimo, il South Dakota, e quattro volte in più della media nazionale. La resilienza delle banche locali del North Dakota è in gran parte dovuta alla loro amichevole collaborazione con l’innovativa banca statale del North Dakota.

Ellen Brown

Fonte: http://www.counterpunch.org

Link: http://www.counterpunch.org/2014/10/27/why-do-banks-really-want-our-deposits/

27.10.2014

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FRANCO

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