T-tip vuol dire meno tutele

Di tutto parlano, i sostenitori del T-tip, fuorché dei numeri che contano. In un gioco di memoria selettiva, il governo italiano e la Commissione europea snocciolano numeri da miracolo economico, senza però sottolineare che aldilà del realismo o meno di quelle cifre l’accordo transatlantico porterà a una profonda ristrutturazione del mercato europeo, ad un indebolimento dei rapporti tra i Paesi membri, più orientati ai mercati d’oltreoceano che non a rafforzare il progetto europeo. Con, tra i possibili agnelli sacrificali, i diritti economici e sociali del Vecchio continente

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di Alberto Zoratti e Monica Di Sisto

C’è un elemento che rimane nascosto, nel crescente confronto sul T-tip, l’Accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea in via di negoziazione. Non si tratta tanto dei capitoli negoziali sul tavolo, segreto, delle diplomazie transatlantiche, non stiamo parlando dei servizi pubblici che, sebbene ostinatamente negati dal Viceministro Calenda e dal Governo italiano, sono orgogliosamente sul tavolo del dare-avere, come si legge (dopo opportuno approfondimento) dal mandato negoziale dato alla Commissione Europea. Stiamo parlando dei possibili impatti sull’economia europea e sul futuro del suo mercato interno, tante volte presentato come “moloch” intoccabile davanti alle legittime perplessità di una società civile che, nella progressiva liberalizzazione dei commerci tra i Paesi membri, vedeva non solo un’opportunità ma anche un grande rischio per i diritti sociali. Basterebbe pensare alla Direttiva Bolkenstein sui servizi.

Quella grande enfasi modernista della Commissione europea e di gran parte dei Governi nazionali, sembra non emergere davanti ai cambiamenti che un trattato come il T-tip potrebbe portare nel Vecchio continente, troppo spesso ridotti al dato dell’aumento del PIL (senza sottolineare che si tratta di un dato medio, che si riferisce come benchmark al 2027 e che esistono studi che mettono in discussione stime così ottimistiche) o del reddito procapite (con le stesse specifiche di cui sopra).

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Eppure basterebbe guardare ad alcuni degli studi portati a modello dai sostenitori del T-tip per notare alcuni elementi di rischio, e per questo mai citati dalle diplomazie e dai Governi. La Bertelsmann Stiftung nel giugno 2013 pubblica il rapporto “Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP). Who benefits from a free trade deal?” redatto in collaborazione con l’ifo Institut – Leibniz Institute for Economic Research dell’ Università di Monaco di Baviera (lo stesso che ha sviluppato la ricerca “The market opportunities for the EU agri-food sector in a possible EU-US trade agreement” dove si evidenzia che tra i grandi perdenti dell’accordo ci sarà il settore agricolo europeo ). Aldilà delle conclusioni miracolistiche a cui perviene sull’occupazione (milioni di posti di lavoro in più), smentite da studi come quello della Tufts University che prevede scenari ben più foschi e problematici, una parte del report si concentra sugli effetti dell’accordo sugli scambi interni dei Paesi partner dell’Unione europea.

I numeri parlano da soli: prendendo la Germania come Paese traino dell’economia europea, l’approvazione completa del T-tip, con abbattimento delle tariffe rimaste e di parte delle barriere non tariffarie, porterebbe a un aumento degli scambi tra Germania e Stati Uniti di oltre il 93% sia per l’export che per l’import, nuovi mercati che non si sommerebbero a quelli interni, ma andrebbero a sostituirli a causa del fenomeno definito “trade diversion”. Che significa, in soldoni? Che l’interscambio tra Germania e Italia crollerebbe di oltre il 29%, del 23% con la Francia, di quasi il 41% con la Gran Bretagna. Altrettanto sarebbero altri Paesi dell’area mediterranea, con crolli verticali dello scambio con la Germania di oltre il 33% per la Spagna e di quasi il 30% per il Portogallo e la Grecia. Uno scenario difficoltoso anche per i sostenitori del libero mercato europeo, per i quali la maggiore velocità di integrazione nei mercati globali rispetto a quelli interni non è un problema sempre che non si tratti “di una sostituzione tra il commercio intra-UE con il commercio globale” (comunicazione della Commissione europea del 28 novembre 2012 come contributo all’Annual Growth Survey 2013). Uno scenario più che probabile con il T-tip.

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I flussi commerciali si ridistribuirebbero verso gli Stati Uniti, portando a diversi risultati: una maggior dipendenza dell’Europa alle fluttuazioni dei mercati globali e alle decisioni politiche ed economiche di altri Paesi, in questo caso gli Stati Uniti, svuotando ancor di più la possibilità delle istituzioni europee di poter orientare lo sviluppo del Vecchio continente. Una tendenza all’aumento della competizione tra Paesi europei per guadagnarsi un posto al sole nei mercati globali e sul mercato statunitense: lasciato da parte l’ormai obsoleto (e con l’euro non più praticabile) meccanismo della svalutazione competitiva, rimane spazio per la svalutazione interna, fatta di compressione dei costi alla produzione primo fra tutto quello del lavoro agendo sulla moderazione salariale, considerato che per abbattere il cuneo fiscale ci vorrebbero risorse finanziarie ingenti che il nostro Paese non si può permettere, basterebbe guardare alla Legge di stabilità appena approvata.

Lo scenario possibile ce lo ricorda Jeorg Asmussen, esponente del comitato esecutivo della BCE, che durante una discussione alla Bertelsmann Stiftung (sempre loro) nel maggio 2013 chiariva come il processo di svalutazione interna in Grecia stesse cominciando a dare frutti, riferendosi alla compressione del costo del lavoro. Insomma quella che è sempre meno un’impressione e sempre più un certezza è che il TTIP risponde non tanto all’esigenza di rilanciare un’economia europea colpita dalla crisi, quanto di dare ulteriori possibilità di mercato a quelle (poche) imprese capaci di esportare e competere sui mercati globali e che assommano non più del 20% delle imprese europee. La competitività verrebbe aumentata tagliando nettamente sui costi: del lavoro, grazie a politiche di svalutazione interna e di competizione tra i Paesi sull’export; dell’energia, annacquando come sta avvenendo anche in seguito al CETA  (l’accordo di libero scambio con il Canada) normative come la Fuel Quality Directive sul contenuto in CO2 dei combustibili fossili e liberalizzando completamente il mercato dell’energia o deregolamentando il settore della chimica, come si vede dai capitoli sull’energia e sulle sostanze chimiche “leaked” (perché negoziati segretamente dalla Commissione europea) e pubblicati sul sito della Campagna Stop T-tip Italia 

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Il T-tipha diversi obiettivi non dichiarati, ma evidenti: liberare le mani alle imprese, non solo aprendo mercati d’oltreoceano ma soprattutto intaccando quei settori che fino d oggi si sono salvati dall’aggressività dei mercati (regolamentazioni ambientali, sociali e fitosanitarie; servizi pubblici; appalti pubblici). Aumentare la competitività abbattendo i costi attraverso la messa in competizione non solo delle imprese, ma di interi Paesi, come quelli dell’Unione europea. Sbloccare i negoziati multilaterali e bilaterali con una ricetta shock capace di mescolare le carte.

Obiettivi di ben più ampio respiro, e adatti soddisfare interessi ben chiari e precisi che hanno bisogno di un trattato transatlantico di queste dimensioni. Dopotutto la tanto declamata armonizzazione di alcuni standard capace di abbattere costi ridondanti, come quello sulle cinture di sicurezza, può essere benissimo raggiunta senza il T-tip. Il mutuo riconoscimento degli standard per il biologico nel 2012 ne è l’esempio più chiaro e banale .

 Fonte

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