Harriet, una donna straordinaria

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di Maria G. Di Rienzo*

Posso lanciare una petizione affinché qualcuno giri un documentario su questa splendida donna, subito? (Era un po’ tardi già ieri, ma io sono paziente…)

Si tratta di Harriet Wistrich, vincitrice nello scorso dicembre del Premio “Avvocato/a per i diritti umani dell’anno” conferitole a Londra dall’associazione pro diritti umani “Liberty”: a presentarla al pubblico c’erano la presidente di “Liberty”, Frances Butler e il presidente della Corte Suprema d’Inghilterra Lord Neuberger.

Cresciuta in una famiglia ebrea londinese, Harriet si descrive come “istintivamente femminista” sin da bambina. Comincia a far politica al liceo. All’Università di Oxford, negli anni ’70, è attiva nei collettivi femministi che le offrono anche un ambiente positivo in cui uscire allo scoperto come lesbica.

Da principio, Harriet non vuole una carriera. Bighellona con un’amica per la Gran Bretagna facendo l’autostop e finisce per stabilirsi a Liverpool. Vive di lavoretti e sussidi di disoccupazione nel mentre gira film indipendenti che avranno vari gradi di successo. Naturalmente continua ad essere un’attivista femminista e fa volontariato nelle carceri femminili: dove conosce numerose donne in carcere per aver reagito contro partner violenti, in alcuni casi uccidendoli. È in questo periodo, appena trentenne, che decide di diventare avvocata. Assieme alla sua compagna Julie Bindel fonda Justice for Women (Giustizia per le Donne) negli anni ’90; la loro prima azione concerne un processo in cui si tratta di violenza domestica: fuori dal tribunale donne vestite come giudici con tanto di parrucche a riccioli illustrano ai passanti quant’è sessista la giustizia britannica. La donna coinvolta perderà l’appello, ma l’azione di Justice for Women attirerà un’attenzione senza precedenti sugli abusi familiari.

Subito dopo Harriet assumerà un altro caso destinato alla fama, diventando la rappresentante legale di Emma Humphreys, da dieci anni in galera e in procinto di passarvi il resto della vita per l’omicidio del 32enne Trevor Armitage. Emma aveva trascorso l’infanzia come testimone dei brutali assalti del suo patrigno a sua madre (entrambi erano alcolisti) e aveva cominciato giovanissima ad usare alcolici e droghe; periodicamente fuggiva di casa e passava periodi vagando o sotto tutela dell’assistenza sociale. Molto prima dei 16 anni, in cui si trovò senza casa e iniziò a vendere se stessa per le strade di Nottingham, Emma era stata sfruttata nella pornografia e nella prostituzione. In questo periodo uno dei suoi clienti, il suddetto Armitage, se la portò a casa: la amava, le disse. Emma, che non era mai stata amata in vita sua ed aveva un disperato bisogno di ciò gli credette. Ma Armitage la sottopose ad abusi sessuali, fisici e psicologici di ogni sorta (aveva persino inchiodato le finestre per non farla scappare), permise che tre suoi conoscenti la stuprassero e quando Emma cercò di negarsi alle sue richieste sessuali la stuprò più volte anche lui. Emma era terrorizzata all’idea che lo facesse ancora e si tagliò i polsi con l’idea che questo avrebbe fermato Armitage, ma all’ultimo momento, quando lui si sdraiò a letto con lei, andò in panico e nascose fra le lenzuola polsi insanguinati e coltello. Ma lui era lì, lo avrebbe di certo fatto ancora e se avesse trovato il coltello lo avrebbe usato per divertirsi con lei… Emma lo trasse fuori di scatto e sferrò ad Armitage un solo colpo che, purtroppo, si rivelò mortale.

Nulla di tutto questo fu registrato dalla polizia che la prese in custodia e dal suo avvocato d’ufficio, maschio. Emma non riusciva a raccontare nulla agli uomini. Gli investigatori costruirono da se stessi la dichiarazione di Emma, in cui non c’era nessuna spiegazione per l’atto ne’ menzione di una qualsiasi prova a discarico. Quando Emma contattò Justice for Women, dopo appunto un decennio di prigionia, soffriva di depressione grave, si era tagliata i polsi dozzine di volte ed era diventata anoressica. A quel punto dell’iter legale, Emma non aveva diritto al difensore d’ufficio e ovviamente non aveva i soldi per pagare un privato, perciò Harriet – senza compenso alcuno – le fece visita ogni settimana per i due anni che separavano Emma dalla possibilità di tornare in tribunale, raccolse prove e testimonianze e ricostruì la sua difesa: il 7 luglio 1995, Emma uscì dall’aula come una persona libera.

Aveva vinto”, ricorda Harriet Wistrich, “ma ne uscì comunque distrutta. Era stata in galera da quando aveva 17 anni ed era molto vulnerabile. Non riusciva a reggere nessuna sistemazione istituzionale e non si fidava di nessuno, perciò finì per vivere in casa nostra. Mise a dura prova i nostri limiti, ma cercammo di esserle sempre amiche e di sostenerla e alla fine si era stabilizzata un po’. Continuava però ad essere dipendente dal cloralio idrato che le avevano prescritto come medicinale in prigione ed era sempre sull’orlo di assumerne troppo. Fu questo che la uccise, alla fine, tre anni dopo la sua vittoria in tribunale, un’overdose. Emma era diventata parte della nostra famiglia. I confini tra avvocata e cliente si erano dissolti. A volte è la cosa giusta da fare, ma non è facile nè consigliabile. Non ho mai avuto lo stesso livello di coinvolgimento con altre mie clienti, sebbene abbia stretto amicizia con molte di loro”. In memoria di Emma, Justice for Women stabilì nel 1998 l’Emma Humphreys Memorial Prize, da conferire a individui o associazioni che lavorano per mettere fine alla violenza contro donne e bambini.

Harriet ha affrontato e risolto, negli anni successivi, numerosi casi che hanno comportato serie indagini e rischi personali (poiché si trattava di assassini squartatori, stupratori seriali, deputati molestatori, ecc.) e dal dicembre 2011 sta lavorando ad un’altra causa legale altrettanto clamorosa. Si tratta della denuncia di otto donne, tutte attiviste per il cambiamento sociale o ambientaliste, con cui altrettanti poliziotti in incognito hanno stabilito relazioni intime (durate dai 3 ai 5 anni) allo scopo di infiltrarsi nei loro movimenti e di monitorarli. Questi personaggi convivevano con le donne “sorvegliate”, andavano ai matrimoni e ai funerali dei loro familiari, passavano insieme le vacanze, parlavano di sposarle e di avere bambini… però erano tutti già sposati e alcuni già avevano figli. E di colpo, quando la loro missione è terminata, sono semplicemente svaniti. Ho letto le testimonianze rese al Parlamento inglese (House of Commons) da tre di queste attiviste il 5 febbraio 2013 ed è stata una lettura straziante. In loro sostegno si è costituito il gruppo “Police Spies Out Of Lives” (Spie della polizia fuori dalle nostre vite).

“Il fatto che ciò sia accaduto ripetutamente, sebbene ingiustificabile da ogni punto di vista, mostra che all’interno della polizia britannica resistono sessismo istituzionale e pregiudizio istituzionale – spiega Harriet – Le donne sono state usate senza riguardo alcuno verso il loro diritto ad avere una vita privata e il pregiudizio ha agito contro membri della comunità che si impegnano in campagne di giustizia sociale o ambientale, con totale disprezzo dei loro diritti umani. Noi chiediamo un chiaro pronunciamento sul fatto che tali tipi di abusi sono cessati, che i responsabili ne rispondano legalmente e che siano intraprese azioni per prevenire violazioni di questo tipo.”

* Giornalista, formatrice e regista teatrale femminista, cura il blog lunanovola, dove è apparso questo articolo (la cui pubblicazione su Comune è stata autorizzata dall’autrice

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