I ladri dell’acqua che nessuno vuole vedere

 

di Luca Raineri*

Come una marea silenziosa, il water grabbing si diffonde sul pianeta. C’è, ma sembra che non si veda, e nessuno ne parla. Andate sui motori di ricerca, cercate land grabbing, e vi ritrovate davanti un’infinità di articoli, rapporti, discorsi politici e documenti ufficiali che parlano dell’accaparramento di terra nel mondo. Cercate water grabbing: la lista è decimata, autoreferenziale, provinciale.

Eppure l’accaparramento di acqua è ovunque, in quanto si riferisce alla grande varietà di fenomeni caratterizzati dalla rimozione di acqua come bene comune liberamente disponibile a tutti, e l’alienazione del suo controllo a beneficio di un soggetto privato o pubblico con uno scopo speculativo: dalla sottrazione di risorse idriche per l’irrigazione insostenibile di colture da esportazione alla privatizzazione di servizi di distribuzione e gestione delle acque, dalla contaminazione dei bacini per progetti di estrazione mineraria alla costruzione di dighe grandi e piccole, passando per il fracking. Il water grabbing è una grave minaccia per la sopravvivenza degli ecosistemi e delle comunità, e rappresenta una chiara violazione dei diritti umani. Ma è proprio per la sua varietà e – verrebbe da dire – liquidità, che il water grabbing risulta invisibile agli occhi.

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La recinzione di un campo, l’espulsione e la deportazione dei suoi abitanti, sono fenomeni macroscopici, fisicamente osservabili, che una fotografia può catturare e riportare. La sottrazione di acqua invece uccide per lento logoramento. Ci sono voluti anni perché i contadini dello Swaziland si rendessero conto che le piantagioni di canna da zucchero destinate alla Coca Cola Company stavano prosciugando le loro terre e le loro vite, assorbendo a monte tutta l’acqua destinata alla coltivazione locale.

Ci vorranno anni prima che gli effetti della liberalizzazione del settore dei servizi idrici, imposti dai diversi trattati di libero scambio negoziati in giro per il pianeta, si concretizzino nell’aumento vertiginoso delle tariffe e nella criminalizzazione dell’accesso libero all’acqua come bene comune. Eppure in Ghana, in India, in America Centrale, tutto questo sta già succedendo. Mentre in Palestina, nel Kurdistan iracheno o nel bacino del Rio delle Amazzoni, il furto d’acqua diventa una priorità strategica di interesse nazionale della potenza egemone, che non esita a prendere il controllo manu militari di quello che Kofi Annan aveva definito “il petrolio del terzo millennio”.

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Nonostante il fenomeno del water grabbing sia diffuso in maniera inquietante, con impatti devastanti sulla vita quotidiana di milioni persone in Europa, come in Asia, in Africa e in America, nelle città come nelle campagne, questo problema è ancora poco discusso e di fatto assente dall’ordine del giorno delle priorità della politica nazionale e internazionale. È quindi necessario dare visibilità alle molteplicità dei casi di accaparramento idrico nel mondo, e ricondurre le diverse forme di water grabbing sotto il comune denominatore del furto d’acqua, sia esso a fini minerari, agricoli, speculativi, energetici o militari, per stimolare un dibattito internazionale e sollevare all’attenzione del mondo una questione d’importanza capitale.

watergrabbing_stopA questo scopo le Ong Cospe (Cooperazione e Sviluppo Paesi Emergenti,) e Cicma (Comitato Italiano per il Contratto Mondiale per l’Acqua) hanno deciso di lancaire la piattaforma online watergrabbing.net, un database di tutti i casi di water grabbing che stanno avvenendo nel mondo. Tale documentazione, oltre a segnalare l’urgenza e pervasività del fenomeno, si propone di sostenere l’articolazione delle lotte di movimenti, comitati e network che, in diverso modo e in diversi luoghi, si battano per la difesa dell’accesso all’acqua come bene comune e diritto umano inalienabile. Goccia dopo goccia, anche la più rocciosa opposizione ai diritti umani e alla salvaguardia del pianeta sarà inesorabilmente erosa…

* Cospe

Fonte

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