Alimentazione e ambiente, l’impatto ambientale del nostro cibo

Alimentazione e ambiente, l'impatto ambientale del nostro cibo
 Tutte le azioni degli esseri umani provocano modifiche all’ambiente circostante. L’impatto ambientale si può misurare in base alla produzione di gas serra, al consumo di acqua e all’impiego del suolo.

Anche la produzione di cibo è una di quelle attività umane con un forte impatto sull’ambiente. In Italia il 25% delle emissioni di gas serra totali è dovuto all’agricoltura. Per molto tempo l’esigenza di aumentare la disponibilità alimentare ha trascurato gli impatti ambientali, sul lungo periodo, della produzione e della distribuzione del cibo. Ognuno di noi “mangia” 3496 litri di acqua al giorno. Cioè più del 90% dell’acqua che usiamo ogni giorno è impiegata per produrre il cibo che mangiamo. Ma vediamo quanta acqua ci vuole per un pasto classico: un piatto di pasta al pomodoro e una bistecca. Partiamo dalla pasta.

Foodprint #1

L’impatto ambientale di un pasto

@giulirocko

Foodprint #2

NUOVO STUDIO SCIENTIFICO SULL’IMPATTO AMBIENTALE DELL’ALIMENTAZIONE.
DIETA 100% VEGETALE IMPATTA 4,5 VOLTE DI MENO DI QUELLA ONNIVORA ‘IDEALE’.
CARNE, LATTICINI, UOVA IMPATTANO 17 VOLTE DI PIU’ DEI CIBI VEGETALI.
Il titolo dell’articolo è “Impatto ambientale totale di tre schemi dietetici in relazione al contenuto di cibi animali e vegetali” (Reference: Baroni, L.; Berati, M.; Candilera, M.; Tettamanti, M. Total Environmental Impact of Three Main Dietary Patterns in Relation to the Content of Animal and Plant Food. Foods 2014, 3, 443-460.) e utilizza come metodo di analisi l’LCA (Life Cycle Assessment), una procedura standardizzata per la valutazione dell’energia utilizzata e degli impatti sull’ambiente causati dalle attività sotto studio. In questo caso, le attività sono quelle di produzione dei cibi che compongono le diete esaminate (formate dagli ingredienti che una persona consuma nell’arco di una settimana). Le 3 diete elaborate sono tutte basate sulle linee guida del dipartimento per l’agricoltura statunitense (USDA) del 2010, le quali forniscono informazioni e consigli per la scelta di una dieta salutare, composta da cibi ricchi di nutrienti.Il metodo LCA consente di ricavare, per ciascuno scenario studiato (vale a dire per ciascuna dieta), un cosiddetto “single score”, un “punteggio totale”, tanto più alto quanto maggiore è l’impatto sull’ambiente di quello scenario.

La figura 1 rappresenta il single score (utilizzando l’indice Ecoindicator99), ordinato in modo crescente, dei vari tipi di dieta per diversi contenuti calorici (e quindi diverse quantità di ingredienti). Come si vede, le diete 100% vegetali (indicate come VEG) hanno un impatto sempre minore delle altre, qualsiasi sia il contenuto calorico. Vengono poi le diete latto-ovo-vegetariane (indicate sul grafico come LOV) e da ultime, con impatto maggiore, quelle onnivore (OMN sul grafico).

Consideriamo la dieta da 2400 calorie, per un confronto numerico preciso tra i 3 tipi di schema alimentare: il single score della dieta vegan è di 0,95, quello della latto-ovo-vegetariana è 2,7 e per l’onnivora abbiamo 4,41. Confrontandole tra loro, l’impatto della LOV è 2,8 volte maggiore (vale a dire, è il 280%) di quella vegan; l’impatto dell’onnivora è 4,63 volte (il 463%) quello della dieta vegan.

Si tratta di numeri molto significativi, a indicare quanto più sostenibile sia una dieta 100% vegetale. Ma i risultati di questo studio non si fermano qui, perché va sottolineato che la dieta onnivora suggerita dalle linee guida NON è la dieta onnivora media consumata nei paesi industrializzati: le diete latto-ovo-vegetariane e onnivore che rispettano le linee guida sono largamente basate sui vegetali, al contrario di quanto accade per le diete reali (sia onnivore che latto-ovo-vegetariane). Solo per questo motivo i numeri risultanti dal confronto con la dieta vegan sono relativamente bassi: certo, l’impatto della dieta onnivora già così è 4,63 volte tanto rispetto a quella vegan, e non è poco, ma tale differenza in realtà è molto maggiore per le diete onnivore abituali dei paesi industrializzati.

Al fine di esplicitare questo concetto, gli autori fanno notare che:

– ciascuna delle 3 diete (a parità di calorie) ha l’81% di contenuti in comune (in termini di peso): vale a dire, l’81% degli ingredienti è vegetale. Solo un 19% si diversifica tre le 3 diete: per quella vegan, quel 19% rimane vegetale, per quella latto-ovo-vegetariana è formato da latticini e uova, per quella onnivora è formato da carne, pesce, latticini e uova.

– Il fatto che invece le diete onnivore reali abbiano un contenuto di cibi animali molto maggiore mostra chiaramente come le linee guida USDA di fatto consiglino di spostarsi verso un consumo molto minore di cibi animali, a favore di ingredienti vegetali. Questo per ragioni di salute, dato che le linee guida si occupano di salute e benessere, più che di impatto ambientale, ma tale allontanamento dai cibi animali ha anche, come dimostra questo studio, una grande influenza positiva dal punto di vista ecologico.

Lo studio delle differenze

Gli autori dell’articolo proseguono la loro analisi focalizzandosi su quel 19% di differenze tra le diete, eliminando l’81% in comune, che ci dice ben poco in termini della differenza d’impatto tra consumo di cibi animali e cibi vegetali, scopo appunto dello studio stesso.

Il cosiddetto “delta-study”, così come definito nell’articolo, cioè lo studio del delta, delle differenze tra i 3 tipi di dieta, ci offre risultati degni di nota.

Innanzitutto, indica che la componente animale nella dieta onnivora, anche se è solo il 19% del peso totale del cibo in essa contenuto, è responsabile di una percentuale molto più alta di impatto ambientale: dal 73% all’83% (a seconda dell’indice usato e dell’aspetto che si prende in considerazione). Di fatto, quindi, la presenza di cibo animale della dieta è risultata essere il fattore di maggiore impatto.

Per quanto riguarda il “single score” calcolato su quella porzione del 19% delle 3 diete, in figura 2 viene riportato il suo valore numerico (per la sola dieta da 2400 calorie).

Il “punteggio” della dieta vegan (sempre secondo l’indice Ecoindicator99) è di 0,21, quello della dieta latto-ovo-vegetariana è di 1,95 e per quella onnivora otteniamo 3,66. Facendo nuovamente il confronto tra questi punteggi che, ricordiamolo, sono tanto peggiori per l’ambiente quanto più alti risultano, l’esito per le diete con cibi animali è ancora più infausto dei valori precedenti: la dieta LOV è 9,2 volte (920%) più impattante di quella vegan, l’onnivora è 17,3 (1730%) volte tanto.

Questo mostra chiaramente come la presenza o meno di cibo animale nella dieta sia determinante per ottenere un impatto ambientale più o meno elevato: nel confrontare una dieta 100% vegetale con una onnivora ma contenente “solo” il 19% di cibi animali, la dieta vegan era comunque di gran lunga vincente, con un impatto quasi 5 volte minore. Ma se ci si focalizza sulla sola componente differente delle 3 diete, ecco che il divario è ben maggiore e la componente formata da cibo animale si rivela 17 volte più impattante di quella formata da soli vegetali.

Anche da un punto di vista puramente basato sulla salute e benessere, ci dicono gli autori, “l’evidenza di un legame tra un alto consumo di carne, e altri cibi animali, e una salute precaria è sempre crescente. I fattori maggiormente responsabili sono probabilmente l’alto contenuto in grassi saturi e in sale dei cibi animali e il fatto che il consumo di cibi animali limiti il consumo di cibi vegetali salutari come frutta, verdura, noci, legumi e cereali.”

Conclusioni

Secondo gli autori dello studio, i loro risultati confermano quelli raggiunti negli ultimi anni da altre ricerche nello stesso campo e mostrano che “l’impatto ambientale di una dieta è legato soprattutto al consumo di cibi animali”. E aggiungono: “Questo è vero da ogni punto di vista: cambiamenti climatici, consumo di energia, di acqua, di suolo, smaltimento delle deiezioni, deforestazione, uso di sostanze chimiche”. Senza dimenticare le conseguenze sociali, vale a dire “la possibilità di nutrire tutti gli abitanti della Terra”.

Le conseguenze di uno spostamento radicale verso una dieta a base vegetale sono molte e positive: “una influenza sostanziale sui cambiamenti climatici, un’utile diminuzione nello spreco di acqua ed energia, un minor ricorso alla deforestazione, un uso più razionale dei terreni fertili (che porterebbe anche a un’enorme diminuzione dell’uso di sostanze chimica in agricoltura)”.

Gli autori terminano con un invito alle istituzioni a fare la loro parte per indurre i cittadini a questo cambiamento virtuoso: “le istituzioni nazionali e mondiali e la stessa comunità scientifica possono fare molto per velocizzare la transizione verso abitudini dietetiche più sostenibili ecologicamente, e più sane”.

Naturalmente, senza aspettare la spinta delle istituzioni, ogni singola persona può prendere la decisione di mangiare in modo più sano e sostenibile, oltre che più etico, preferendo gli ingredienti vegetali per preparare piatti gustosi e invitanti.

Nota: l’intero articolo originale è scaricabile gratuitamente al link:
http://www.mdpi.com/2304-8158/3/3/443

Comunicato di:
NEIC – Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione
http://www.nutritionecology.orginfo@nutritionecology.org

Visto qui

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