Enza Papaleo- una storia di guarigione

alberodellavita

Questa storia è un Viaggio.
E’ una storia lunga che per questo –nella versione nota facebook (differentemente da come farò nella pubblicazione sui siti internet)- ho diviso in due parti.
Vi chiedo di leggere entrambi le parti, dalla prima all’ultima riga, perché Viaggi come questi meritano di essere fatti.

Enza Papaleo la conobbi per il tramite di un’amica che mi consigliò di conoscerla perché aveva molto da dire sul campo della malattia e della guarigione. Ci confrontammo molto e un giorno decidemmo che le avrei fatto una intervista dove emergesse fino in fondo tutta l’intensità del suo percorso. E così feci. Raccolsi la sua storia, e poi l’assemblai nell’intervista che leggerete.
La storia di Enza è emblematica della malattia come percorso che viene da lontano. Non sempre è così. Non per tutti è così. Ma per Enza è stato così. Un contesto famigliare difficile, una infanzia e una giovinezza che hanno lasciato una ferita dentro. E poi la malattia tumorale. E da qui il brutale calvario delle cure ufficiali. Un passaggio sull’impatto che su di lei ebbe la chemio..

“Già dopo qualche giorno dalla prima chemio, cominciai a sentire il formicolio alle punte delle dita della mano. Con la seconda chemio dal formicolio si passò alla perdita di molta parte della sensibilità alle mani. Avevo perso la forza; non riuscivo a prendere una bottiglia d’acqua, non riuscivo a stringere e tenere un bicchiere pieno d’acqua in mano .
Accorciai ancora i capelli; ma cadevano e si vedevano le prime buche in testa. I capelli li trovavo ovunque; sul cuscino, in terra, per casa, sul pettine e allora dissi a mia figlia. (…) Ho vissuto tutto questo dramma dentro. Dentro di me ho vissuto le paure, i pianti, le angosce, la disperazione; e ho nascosto tutto agli occhi degli altri. I primi cicli li ho fatti abbastanza vicini, ma dal terzo in poi ho dovuto distanziarli un bel po’ perché gli effetti collaterali erano devastanti. Mi annientavano. Tornavo a casa mezza morta, con un mal di testa tremendo; mi si spaccava la testa in due. Pensa che al secondo ciclo ebbi un blocco intestinale. Al terzo ebbi un fungo che mi invase tutta bocca, tipo il mughetto dei bambini. Questo fungo lo avevo sulla lingua, nella gola, sulle labbra. Non riuscivo ad alimentarmi; non riuscivo neanche a bere una goccia d’acqua. Dalla bocca socchiusa usciva una salivazione schiumosa. Dovevo stare sdraiata, con un asciugamano vicino alla bocca, ad asciugare tutta quella schiuma che si creava continuamente e che di certo non potevo ingoiare. Era una cosa tremenda, ero ridotta ad una larva umana. Quando andavo in bagno mi specchiavo, avevo paura di me stessa.. ero uno zombie. Non potendo né bere e né mangiare, mi facevano le flebo sia per idratarmi che per alimentarmi .”

E la chemio (la peggiore, quella “rossa”) non fu da sola. Ad essa si aggiunsero 21 durissimi cicli di radioterapia e altre cose che contribuivano ad indebolirla e amareggiarla.
Enza racconta anche di un viaggio fuori dal corpo. E della scelta che quel momento portò con sé. Staccarsi definitivamente dal corpo o ritornare alla propria vita. Lei naturalmente scese la seconda opzione, che le avrebbe portato un mare di dolore.
Enza, devastata ormai dalle cure ufficiali, si indirizzò verso altro. In questo c’era la cura col bicarbonato di Simoncini. Cura che la salvò, ma (questa è una cosa che la differenzia dagli altri approcci biologici) le provocò un’ulteriore dose di violentissime sofferenze. Cito un passaggio.

“La zona pelvica era carne viva e l’infusione con il bicarbonato bruciava in una maniera pazzesca. Questo, man mano che passavano i giorni, portava ad un rallentamento della cura. Doveva durare un mese invece si protrasse per oltre due mesi perché c’erano dei giorni in cui, per via dei dolori tremendi, non riuscivo a fare l’infusione. La sera poi avevo sempre alcuni decimi di febbre. Arrivava a 38, 38,5. Durante la notte sfebbravo e la mattina non ne avevo più. (..) Se mi chiedessero se consiglierei questo approccio, non so cosa risponderei. Io ho vissuto momenti tremendi. Non ero in grado di alzarmi da sola dal letto. Doveva venire mia figlia, o mio marito, o qualcun altro, prendermi sotto le braccia e tirarmi di peso, perché io non potevo fare lo sforzo di alzarmi da sola; gli addominali erano bruciati . Ero tutta un pezzo di dolore, dal collo alla punta dei piedi. La notte mia figlia mi doveva mettere il pannolone, perché non ero in grado di alzarmi e non riuscivo a controllare gli sfinteri”.

La cura col bicarbonato fu molto efficace per Enza, però è un tipo di cura che lei non si sente di consigliare, neanche di sconsigliare.. ma è consapevole che è dolorosa da sostenere; specie in caso di patologie molto gravi.
Enza integrò anche con altri approcci curativi.. come l’utilizzo di piante curative tipo aloe arborescens e graviola.
Enza soprattutto ha vissuto un processo di rigenerazione interiore. Comprese quanto la sofferenza psichica avesse contribuito a fare emergere il suo male. E (comprese) che se non avesse guarito la propria ferita emotiva, non sarebbe mai veramente guarita nel corpo. Un’altra citazione:

“Al di là dell’alimentazione che aiuta comunque molto, è la nostra mente, sono le nostre emozioni e quello che ci mettiamo di nostro, a fare maggiormente la differenza. E comunque sia, se l’essere umano decide di vivere, vive; se decide di andare, se ne và. E in quest’ultimo caso non c’è, secondo me, medicina che tenga. Però a volte non è cosciente di questo. Non è cosciente delle decisioni che ha preso la sua anima. A volte a livello cosciente, anzi a livello razionale, l’essere umano non ha la percezione delle cose. C’è sempre chi ha un po’ più di sensibilità rispetto agli altri e riesce a percepire le varie sfumature. C’è chi invece, quale che sia il motivo, questo percorso non lo ha fatto e non riesce di fare quel salto quantico che gli permetterebbe di vedere tutto quello che è oltre ciò che è visibile.
Io ho cercato di accettare la mia malattia come esperienza di vita e non come un castigo o una punizione; senza mai dire “perché proprio io, perché proprio a me”. Diciamo che ho visto la malattia come un aiuto , come un qualcosa che si è manifestato per aiutarmi, nel mio percorso di vita terrena; come una via per la mia crescita. L’ ho vista come un qualcosa che faceva parte di me, della mia storia evolutiva.
Perché quando tu vai in crisi, cadi nella paura e nello smarrimento e ti devi risollevare. E devi farlo con le tue forze. Per me, almeno, è stato così. Io ho capito che tutto questo era il mio percorso, che io non potevo delegare la mia guarigione agli altri, che la mia guarigione competeva solo me; perché questa era la mia storia “

Vi lascio alla prima parte di questo Viaggio che è la storia di Enza Papaleo.
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-Enza, quanti anni hai e dove vivi?

Ho 56 anni e vivo in provincia di Lecce.

-Raccontami un po’ il tuo percorso di vita, prima della malattia.

Io credo che la storia e il percorso della mia malattia sia legato anche un pò al mio vissuto, a cominciare da quello che ho vissuto nella mia famiglia di origine. I miei genitori sono stati una coppia un pò difficile. Il loro rapporto non è stato dei migliori, c’erano dei contrasti , degli enormi contrasti tra di loro. Erano tutti e due dello stesso segno, un po’ testardi, ma, probabilmente, di base, c’era qualche cosa che non andava fra di loro, forse a livello karmico, chissà.
Mia mamma era la penultima di dieci figli, cioè la nona. Sua madre era morta giovanissima, a 39 anni, dopo aver partorito l’ultima figlia.
Il non essere potuta crescere con sua madre, il non avere avuto la madre accanto, è stato qualcosa che ha rimpianto per tutta la vita; fino a pochi mesi prima di morire. Nell’ultimo periodo della sua vita, non ci stava più con la testa per via della demenza senile; ma questa cosa continuava a rievocarla. Diceva sempre: “io sono cresciuta senza la mamma, ho avuto la matrigna che era cattiva, era cattiva mi faceva un sacco di dispetti, a volte mi strappava anche i capelli. ”Aveva dimenticato tante altre cose, non riconosceva più neanche noi figli; ma questa cosa l’ha ripetuta fino alla morte. Questa sensazione di vuoto affettivo per la mancanza dell’amore materno ha probabilmente inciso nel rapporto problematico che lei aveva con mio padre, ma anche nei confronti di se stessa e della sua vita.
Mio nonno, dopo la morte della moglie, si era risposato con un’altra donna, che si rivelò molto dura e severa con questi sei figli. Di questi, i tre più grandi se ne andarono via da casa; due andarono a lavorare nei campi, e il terzo partì volontario in Russia senza fare mai più ritorno. A casa rimasero mia mamma, un altro fratello e un’altra sorella poco più grandi di lei. La zia dopo qualche tempo andò presso una famiglia a fare la domestica. Man mano che cresceva, mia madre doveva accudire la matrigna; nonostante lei la picchiasse, le tirasse i capelli, le dicesse un sacco di cattiverie.
Mia madre si sposò e andò via da casa a 27 anni. La matrigna stava sempre peggio, soffriva di depressione, e prendeva psicofarmaci. Quando mia madre era incinta di me, lei le diceva: ”spero di morire prima che questa bambina nasca altrimenti la testa mi dice che io te la butterò per terra”. Queste parole mia madre me le ripeteva spesso quando ero bambina. Col tempo le avevo rimosse, ma, durante la malattia, riemersero nella mia mente. Sempre durante la gravidanza di mia madre, questa matrigna, durante una forte crisi depressiva, si suicidò. Un giorno mia madre, mentre entrava nel cortile di casa dei suoi genitori, vide una sedia vicino al pozzo ed ebbe un brutto presentimento, si avvicinò e c’era il grembiule della matrigna appoggiato sulla sedia, il suo portamonete, il rosario accanto, le ciabatte per terra. Capì subito che la matrigna si era buttata nel pozzo. Si affacciò e vide la testa a fior d’acqua. Si senti mancare e gridò aiuto; ed accorsero subito i vicini di casa.

-Tutto quello che hai raccontato, specialmente questo suicidio, sono eventi shockanti, che possono veramente condizionare la vita.

Sì, ed infatti condizionarono non solo la vita di mia madre, ma anche la mia. Anche se questo lo avrei capito solo dopo. Come alcuni studi affermano, il feto nel grembo materno assorbe le paure, le emozioni della madre; ma anche gli stimoli esterni alla madre stessa. Probabilmente io ho assorbito attraverso mia madre tante paure, tante informazioni negative e anche altro. Questo però l’ho capito dopo, nel corso della mia esperienza di malattia. Pensa che durante la mia malattia ho avuto dei grossi problemi renali e, mentre mi chiedevo il perché, mi sono ricordata dei grossi traumi e delle paure vissute da mia madre in gravidanza; traumi e paure che, in qualche modo, avevano avuto un impatto su di me.
Tornando al suicidio della matrigna di mia madre; subito dopo quell’evento, mia madre portò a a casa sua il padre e il fratello, il quale dopo due anni si sposò e se ne andò. Il nonno ha vissuto con noi fino a quando non mi sono sposata io. Durante la mia infanzia ricordo che il nonno raccontava sempre storie antiche; storie di una volta, storie di fantasmi, di morti, di miseria, di privazioni, di guerre. Erano storie che mi mettevano paura e questo contribuì a farmi crescere molto timida e paurosa, al punto che avevo paura di tutto, anche di andare da una stanza all’altra, specialmente quando era buio.
All’età di cinque anni io e mia madre raggiungemmo mio padre in Svizzera, dove era emigrato per lavorare. Dopo due anni ritornammo in Italia, anche perché mia madre era incinta. Dopo la nascita di mio fratello, cominciò l’inferno; che è durato fino alla morte di mio padre. Il rapporto tra i miei genitori si incrinò ulteriormente. Io loro vita si incrinò ulteriormente. Io -tra il malessere di mia madre, il suo via vai dall’ospedale, i litigi dei miei genitori, mio padre, che era assente non solo con mia madre, ma anche con noi- sono cresciuta in un contesto difficile e costretta dalle circostanze a dover cucinare, rassettare ed essere una piccola donnina già all’età di dodici anni.
Un bambino, quando in famiglia ci sono questi conflitti, è destabilizzato, si sente in balia delle onde e non sa dove aggrapparsi. Mi sentivo sola e desideravo tanto una sorella che non arrivò mai.
Un bambino, man mano che cresce, ha bisogno dell’attenzione di entrambi i genitori o almeno di uno solo. Ma loro erano impegnati solo a litigare e lottare tra di loro, dimenticandosi di noi figli.
C’è stato un periodo in cui desideravo morire perché ero stanca di queste scenate; e mi sentivo sola e questa sensazione di solitudine si acuiva quando vedevo altre famiglie che erano felici. Da noi non c’era mai serenità, mai tranquillità. E c’erano sempre musi lunghi, litigi e silenzi.
Mi fidanzai con mio marito che ero ancora tanto giovane. Non era facile per me conoscere persone, perché mio padre era geloso , essendo l’unica figlia femmina, e non voleva che frequentassi posti dove c’erano i ragazzi. Comunque sia ho fatto le scuole medie inferiori e ai miei tempi le ragazze che facevano le medie erano fortunate. Dopo le medie avrei potuto continuare con altro, tipo un corso di infermiera che era un lavoro che sognavo di fare. Ma non lo feci, e neanche lottai per farlo. Non ero ambiziosa. Ero come spenta, intristita da quel contesto in cui vivevo. Non c’erano stimoli intorno a me. In fondo vivevo tra gente molto anziana e non frequentavo persone giovani. Spesso andavo presso una casa di riposo a fare visita a persone sole. A volte davo anche un piccolo aiuto quando c’è n’era bisogno, tipo accompagnare gli anziani a cena..o fare loro compagnia tenendogli la mano…

-Si può dire che provavi una specie di senso di impotenza..

Sì.. si può dire così.. Era come se io non potessi scegliere per me stessa. Come se qualsiasi cosa non fosse per me, non mi fosse concessa. In parte era anche un clima del tempo. Noi avevamo paura dei genitori e non chiedevamo nulla. Le ragazze a quei tempi si sposavano e non ambivano a studiare,o almeno era la minoranza a farlo ; perché era il marito che pensava a loro. Con mio marito mi fidanzai giovanissima e, durante gli anni di fidanzamento, continuarono ad esserci litigi. Continuarono i contrasti tra i miei genitori. Mi sposai che avevo 21 anni e con mio marito andammo a vivere in un’altra casa. Ma, nonostante non fossi più in casa con loro, i miei genitori continuarono sempre a trascinare me e mio fratello nella loro storia, nei loro disaccordi e malumori, nelle loro diatribe.
Tutto questo andò avanti fino a quando mio padre non è deceduto, 12 anni fa, per un tumore al cervello. Mio padre stava già male, quando io, essendo molto arrabbiata con lui per via del suo comportamento, stetti cinque mesi senza parlargli. Nel momento in cui ebbe il primo avviso di malattia e il primo ricovero , fu mio fratello a stargli vicino. Sentiva su di se tutto il peso di quella situazione e voleva che io mi riconciliassi con papà in modo che fossimo in due a portare avanti la sua assistenza. Cosa che feci, ma non fu facile perché i nostri conflitti non erano risolti, perché lui mi amava e mi odiava allo stesso tempo. E anche io, da una parte provavo rabbia per tante cose sbagliate da lui fatte; dall’altra lo adoravo.
Quando la malattia si manifestò seriamente, mi rimboccai le maniche portandolo prima all’ospedale del capoluogo, dove il neurologo richiese esami più approfonditi prima di eseguire qualsiasi tipo di intervento. Esami che facemmo all’ospedale Casa sollievo della sofferenza di S. Giovanni Rotondo .

-Che anno era?

Era il nove aprile del 2003. Quando arrivammo quella mattina a San Giovanni Rotondo, c’era la neve, un freddo gelido che mi penetrò nelle ossa appena scesa dalla macchina, come il gelo che avevo nel cuore. Dopo gli esami il dottore mi disse: “guardi signora.. suo padre ha un tumore al cervello. Non è il caso di intervenire né con un intervento, né con una terapia.. gli si accorcerebbe quel poco di tempo che gli rimane da vivere”. Mi disse tutto questo a bruciapelo nel corridoio, mentre papà era andato con mio fratello a bere un caffè. Mi sentivo svenire e dovetti farmi forza per non dire niente a mio fratello d’avanti a mio padre. Il viaggio di ritorno verso casa fu un incubo.
Il tumore mio padre lo aveva alla parte sinistra del cervello. Esso, espandendosi, comprimeva i centri nervosi, compromettendo le funzioni vitali. Un giorno, a casa, ebbe un attacco epilettico fortissimo che gli procurò una emiparesi al lato destro del corpo e la perdita della parola. Lo portammo in ospedale e, nonostante io lo rassicurassi dicendogli che aveva avuto solo una forte ischemia, lui capì di aver perso l’uso della parola, di non essere più libero nei movimenti, si arrabbiò moltissimo e cadde nello sconforto più profondo. Da quel momento lo assistetti totalmente ricoprendo il ruolo di madre, di moglie, di amica, di figlia e di infermiera. Lui si sentiva tranquillo solo con me e ha voluto sempre me fino al giorno della sua morte, che avvenne il 22 luglio del 2003.
Quell’anno, a tutto questo, si aggiunse anche un trasloco. A fine estate ero piegata in due per il troppo carico emotivo e fisico che avevo dovuto sopportare e che ancora sopportavo. Ma la prova più grande era stata soprattutto l’avere a che fare con mio padre; riconciliarmi con lui e vivere lui, confrontarmi con la sua malattia. Non è stato facile perché io dovevo dare un senso e un valore nuovo alla sua figura e al suo compito di padre, e dovevo lavorare sui conflitti interiori ed esteriori passati ma non risolti; per cercare il mio equilibrio nell’affrontare tutto quello che stava succedendo.
Sul conflitto che avevo con mio padre cominciai a lavorarci durante la sua malattia. Ho dovuto rielaborare tutto per potere sciogliere definitivamente questo conflitto; perché quando c’è un conflitto molto forte, genera dolore e sofferenza dentro. Quando mio padre morì io mi ero riconciliata con lui e, nel momento della sua morte, sono riuscita a far riconciliare i miei genitori. Mia madre, quando mio padre si ammalò, era, in qualche modo “contenta” per questo, perché se lo toglieva davanti. Secondo lei la vita lo puniva per quello che le aveva fatto. Lei si mise da parte; poteva fare ma non faceva niente, perché mio padre, secondo lei, non meritava la sua assistenza. Lei era gelosa del fatto che stavo dando a lui una attenzione che lui non avrebbe meritato. Io vedevo tutto questo come se fosse stata la scena di un teatro dove tutti noi avevamo un ruolo e una parte da recitare; e in virtù di questo analizzavo i comportamenti di ognuno per cercare di capire.
Riuscii a riconciliare mia madre e mio padre proprio negli ultimi momenti di vita di mio padre. Lui era gravissimo, ed era in uno stato quasi comatoso. Pur avendo perso l’uso della parola, lui percepiva moltissimo. lo capivo dai suoi occhi, quando li apriva; capivo che lui capiva e non poteva esprimersi. Negli ultimi tre giorni ha faticato in una maniera incredibile, non riusciva a staccarsi dal corpo. Chiamai mia madre e le dissi: “ mamma se tu non lo perdoni, papà non se ne va tranquillo”. Lei pur nella sua rabbia e nel suo rancore si rendeva conto di questo e decise di collaborare. Ci mettemmo affianco a mio padre. Io gli tenevo una mano sulla testa e una sul petto per tranquillizzarlo e per aiutarlo ad oltrepassare la soglia della vita. Lei cominciò a parlare. Sembrava snocciolasse una nenia, un lamento, una preghiera. Gli chiese scusa e perdono nello stesso tempo, per tutte le cattiverie che si erano dette, dettate dalla rabbia e dal risentimento. Gli disse che era il momento di perdonarsi a vicenda e che non si doveva più parlare del passato ma ricordare solo i momenti belli trascorsi insieme. Quando lei finì di parlare, dopo circa mezz’ora, dolcemente mio padre esalò l’ultimo respiro. In quel momento le loro anime si erano riconciliate e negli anni a venire mia mamma non parlò mai più di quel passato che tanto l’aveva fatta soffrire. La morte di una persona è sempre un evento tragico però può essere anche una cosa bella..
Qualche altra cosa da rievocare di quel periodo. Tante volte, quando litigavano, mio padre aveva detto a mia madre “muta! Muta devi diventare!! Muta!! E invece prima di morire è stato lui a diventare muto. E’ diventato muto cinque mesi prima di morire. Non ha parlato per cinque mesi. Quello che seminiamo nella vita. Tutto quello che seminiamo ci torna.
Ti racconto un altro fatto, che accadde circa venti o trenta giorni prima che mio padre morisse. Lui non parlava già da quattro mesi; inoltre rifiutava il cibo e beveva poco e io gli davo i fiori di Bach, ebbi una specie di visione o comunque qualcosa di particolare. Ormai la notte stavo sempre accanto a lui. Mandavo mia madre a riposare nell’altra stanza e, notte dopo notte, respiravo la morte in tutti i suoi odori, in tutti i suoi rumori, in tutte le sue sfumature. Vivevo con l’ombra della morte vicino ma non avevo paura di stare li da sola. Tutto quello lo vivevo come un compito. Era la vita stessa che mi chiedeva di assolvere questo compito e secondo me l’ho assolto in pieno. Una notte mio padre aveva gli occhi chiusi, stava malissimo, e io non sapevo cosa fare; anche perché ero consapevole del fatto che qualsiasi farmaco gli avessi dato, non avrebbe alleviato nulla. Mi ero appena appisolata vicino a lui quando sentii una voce che mi diceva :“ dai il Natrum/Muriaticum, dai il Natrum/Muriaticum”. Si trattava un rimedio omeopatico. Era un rimedio che avevo preso io pochi mesi prima. Il Natrum/ Muriaticum è il rimedio della personalità rigida, di chi è duro con se stesso e con gli altri, ma soprattutto con se stesso. Un mio amico omeopata mi disse che potevo dare tranquillamente questo rimedio a mio padre; che non avrei aggravato nulla. Allora diluii questo rimedio omeopatico in acqua e glielo diedi con la siringa. Il mattino dopo mio padre appariva migliorato, con gli occhi aperti e più vigile. Quando io stessa qualche tempo prima avevo fatto uso di quel rimedio omeopatico, una notte sognai di lavare mio padre da morto insieme a mia nonna cioè sua madre, morta qualche anno prima ; quel sogno mi turbò e non ne capii il suo significato. Alla morte di mio padre, lo lavai, gli feci la barba e lo vestii. In quel sogno che avevo fatto anni prima era come se avessi visto ciò che sarebbe accaduto. Mio padre morì il 22 luglio.
Io ero contenta di avere risolto il conflitto con lui di essermi rappacificata nell’anima, di aver perdonato, di essere stata misericordiosa con lui e di aver capito la mia esperienza di figlia con quel genitore. Riuscii a trasformare la mia sofferenza di anni, quando non comprendevo il motivo di tutto ciò. Fu tre anni dopo la sua morte, quando mi ammalai, a rendermi conto che, invece, il conflitto con mia madre, che pensavo fosse risolto, in realtà non lo era affatto , perché quando lei mi chiamava, mi telefonava, non la sopportavo, non sopportavo la sua voce; e li capii che dovevo lavorare su me stessa.

-Quand’è che scopristi la tua malattia?

Tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006. Alla fine del 2005 cominciai a non sentirmi bene; era come se le forze mi venissero meno. Mi trovavo in una fase di depressione abbastanza forte, anche in virtù di quello che era successo; ero delusa dalla vita, ero delusa da tutti, mi sentivo sola. Il senso di stanchezza che sentivo era legato al fatto che probabilmente la malattia era già in atto. Mi trascinai così fino a Natale e a Capodanno. A Gennaio 2006 cominciai davvero a non stare bene, avevo conati di vomito, e tutta una serie dei malesseri strani di cui ignoravo la causa e di cui non mi rendevo conto pienamente.
Una mattina –era circa la metà di gennaio- mi alzai, feci una doccia , mi vestii per accompagnare mio figlio a scuola come tutte le mattine, quando, d’un tratto, mi venne una vertigine tremenda ed il voltastomaco. Capii di non essere in grado di uscire né tanto meno di guidare, dissi a mio figlio di andare a scuola da solo quel giorno sarei rimasta a casa e mi misi a letto. Da quel giorno cominciai a stare sempre di più a letto per via del voltastomaco e delle vertigini tremende causate dal valore della creatinina alta che si alzava vorticosamente.
Dopo qualche giorno venni ricoverata in nefrologia, dove fui sottoposta immediatamente ad una ecografia renale che evidenziò delle dilatazioni renali che i medici chiamavano cisti renali; mi dissero che avevo i reni pieni di cisti. In realtà i miei reni, non riuscendo ad espellere i liquidi, soffrivano e si dilatavano, formando dei buchi che sembravano cisti. Ogni tanto avevo anche perdite di sangue dall’utero.. stavo male. Dopo avermi fatto degli esami clinici sempre riguardo i reni, e non essendo riusciti a trovare nulla, mi diagnosticarono una lieve insufficienza renale. Mi diedero una dieta da seguire e mi dimisero. Era il 14 Febbraio 2006, giorno di S. Valentino. Rimasi a casa dal 14 Febbraio al 3 Marzo, ma stavo male ogni giorno di più; continui conati di vomito e vertigini; costretta a stare sempre a letto. Ogni giorno che passava sentivo la forze che mi abbandonavano, sentivo di non farcela. Decisi di tornare in ospedale. Ero totalmente distrutta. In ospedale non mi riconobbero, quando arrivai piegata su me stessa, seduta sulla sedia a rotelle. Non mi reggevo in piedi. In nefrologia mi dissero: “Signora! Ma cosa è successo?”. Mi fecero subito l’esame della creatinina ed era a 7 come valore; con la creatinina a 7 si va in dialisi. Mi delle ecografie renali e, osservando i miei reni, arrivarono alla conclusione che i miei reni non erano malati, ma erano in grado di lavorare da soli; e così non mi misero in dialisi. In quei giorni, però, aumentavo velocemente di peso, ogni giorno di più. In pochi giorni ero aumentata di più di 10 kg. Giunse il blocco renale totale. Qualche giorno prima del ricovero, tra un dormiveglia e l’altro, perché non dormivo mai profondamente, una notte ebbi un attacco fortissimo alla vescica. Era come avere un fuoco nella vescica; una roba da impazzire. Non volevo tenere sveglio mio marito e cercavo di sopportare tutto senza lamentarmi. Poi ebbi una colica renale e dovetti chiamare la mia dottoressa alle quattro di mattina. Durante la colica ero stata seduta nel letto tutta la notte; la mattina ero stremata, distrutta, neanche la voce mi usciva, non avevo neanche la forza di parlare. Nei piccoli dormiveglia sognavo acque scure; sognavo di stare in un fiume, in un mare, ma erano sempre acque torbide, scure,fangose, e sempre calde. Nel sogno mi rendevo conto di stare nell’acqua e mi dicevo : “oddio! Forse per i reni mi fa male stare nell’acqua, però tutto sommato è calda non è fredda e non dovrebbe farmi male” . Capivo, però che erano sogni che indicavano pericolo. Le acque scure erano frequenti nelle mie notti insonni, quindi mi rendevo perfettamente conto di essere in una fase di grande pericolo. In effetti era cosi. L’ultima notte passata a casa invece sognai mio padre e i miei nonni paterni che stavano in una casa diroccata in campagna. Mio padre mi diceva che non stava bene, che si doveva curare e doveva portarsi via delle suppellettili da quella casa, perché li doveva chiudere e per il momento non sarebbe tornato. Stavo anch’io insieme a mia nonna e mio nonno. Poi mi vidi in un’altra immagine in una vecchia macchina di mio padre, con tutti e tre che mi riaccompagnavano a casa. Io ero insieme a loro e nel sogno mi rendevo conto che mi riportavano a casa, nella mia casa qui dove abito adesso. Mio padre percorreva la strada di casa per venire qui; e li ho capito che non era tempo di andare con loro, ho capito che loro erano venuti per me ma non per portarmi via nel loro mondo, ma per riaccompagnarmi nella mia dimora terrena. La notte successiva -o forse era sempre la stessa, ora non ricordo bene- feci un altro sogno, anche se più che un sogno erano una sorta di visioni. In uno di questi strani sogni vidi una piscina olimpionica piena di luce. Mi ci buttai e mi dissi: “ caspita com’è calda quest’acqua, che bella “. C’era una luce accecante in questa piscina e c’era un’acqua azzurra e verde meravigliosa e da li capii che questa piscina così luminosa voleva dirmi qualcosa, era un segno buono o almeno io lo interpretai così. La mattina, dopo essere stata male tutta la notte, mi ricoverai , non riuscivo nemmeno più a parlare. Mi fecero nuovamente tanti esami, ecografie, di nuovo avevo la creatinina a 7, avevo il vomito e avevo l’emoglobina bassa e in virtù di questo, l’esame mi venne ripetuto spesso. Successivamente venne il medico per dirmi che non stavo bene e dovevamo farmi una trasfusione. Io risposi che volevo rifletterci un po’ prima di farla. Ogni ora mi ripetevano l’emoglobina e visti i valori troppo bassi il medico, a un certo punto, tornò per dirmi che non avevo più tempo per riflettere e che dovevo fare immediatamente la trasfusione. Era il giorno della festa delle donne, 8 Marzo 2006.
La stessa mattina venne mio marito a portarmi la mimosa del nostro giardino. Nevicava quel giorno,un giorno che non potrò mai dimenticare, oggi come allora è tutto nitido nella mia mente. Mio marito quando mi vide così prostrata, con un colorito da cadavere, bianca come un lenzuolo, gli occhi torbidi dai veleni trattenuti nel corpo, si impressionò e tornato a casa, per il forte stress, si senti male e gli sali la febbre. Voleva chiedere aiuto ad un nostro amico che lavorava in ospedale, ma io anche cosi conciata ero in grado di pensare e curare anche lui. Chiamai una mia amica straordinaria, Silvana, una mia amica Omeopata, che mi consigliò subito il rimedio da somministrargli. Infatti il giorno dopo stava già meglio.
il medico in ospedale mi attaccò la sacca per iniziare la trasfusione. Meno male che mio marito non era presente, altrimenti sarebbe svenuto. Durante la trasfusione mi sentii male ma di un male che non so descrivere. Sembrava che nel mio corpo fosse entrato dentro un esercito. Sembrava ci fosse una guerra dentro di me. Una sensazione che a parole non si può descrivere. Intanto ringraziavo quell’anima sconosciuta che mi aveva donato il suo sangue. La notte dopo la trasfusione non riuscii a chiudere un occhio neanche per un attimo, forse per via del fatto che, quando quel sangue estraneo mi arrivò dentro, mi fece uno strano effetto , come se fosse un trapianto, tutte le informazioni di un altro essere mi arrivarono nel corpo come una mazzata. All’inizio ebbi delle sensazioni stranissimo che poi a poco a poco si affievolirono…… Non era una semplice flebo; era pur sempre il sangue di un’altra persona.
La mattina dopo la trasfusione cominciai a stare un pochino meglio, cominciai a stare seduta sul letto, a mangiare un qualcosa. Passati 11 giorni, il 19 Marzo, giorno del compleanno di mia figlia, stetti male di nuovo; di nuovo conati di vomito, creatinina alta, aumento di peso, anche se non mangiavo nulla. Le mie condizioni erano così gravi che mia figlia non voleva lasciarmi alle cure delle zie per paura di non trovarmi più il mattino dopo. Non potendo farmi le notti solo lei, si alternavano anche le mie cognate.
Una notte, in cui era rimasta con me la sorella di mio marito a darmi assistenza, io sono stata davvero tanto male, con continui attacchi di vomito. Un paio di giorni prima mi avevano messo il catetere, ma non urinavo perché gli ureteri erano schiacciati e la vescica vuota; quindi avevo il catetere in vescica ma urina non ce n’era e il catetere l’ho avuto vuoto per due giorni. Quella notte in cui sono stata così era come se nello stomaco avessi una palla di fuoco. Era come se fossi in un forno acceso a 4000 gradi. La mattina la pressione salì a 200 la massima, e 110 la minima, mi trascinai i bagno da sola, andai a mettere i piedi nell’acqua bollente; presi 100 gg di biancospino per far scendere la pressione, ma non scendeva neanche con i farmaci. In bagno mi guardai allo specchio ed ebbi paura di me stessa. Ero cadaverica . Chiunque veniva a farmi visita si impressionava. In città tutti dicevano che stavo morendo. Ed effettivamente era cosi. Ero in una fase tremenda. La creatinina era arrivata a 14 e in quello stato rischiavo una setticemia, il coma; rischiavo qualsiasi cosa. Un giorno e un giorno mi sentii uscire dal corpo. Ero sul letto e riuscivo a malapena a muovere le braccia. Provavo una sensazione incredibile, mi sentivo leggera e, mentre andavo in alto, venivo risucchiata verso un tunnel nero e poi facevo una grande fatica a scendere giù e ad aprire gli occhi. Come li richiudevo mi sentivo risucchiare verso l’alto e, poi, di nuovo dovevo fare un’enorme fatica per scendere giù. Mi resi conto che quella mattina stavo vivendo una cosa molto forte, e dissi a me stessa: “ oddio, adesso me ne vado “. Allora chiamai una mia amica per dirle che stavo uscendo dal mio corpo. Lei mi rispose gridando di non dire cavolate, di non fare la cretina e che non era vero . Ma era proprio quella sensazione che io stavo vivendo. Mi passarono molte scene davanti agli occhi; vidi anche i medici che mi facevano la defibrillazione e mi dicevo che non potevo fare tutto quel casino visto che i dottori stavano facendo il possibile per salvarmi.
Premetto che, quando stavo ancora a casa, vedevo la mia bara, la vedevo nel mio salotto , vedevo le persone che entravano e uscivano dopo avermi salutato nella bara e vedevo i miei figli piangere. Anche in ospedale prima nella nefrostomia renale, vedevo le stesse immagini di morte, mi vedevo morta, mi vedevo nella bara, vedevo i miei figli piangere e mi dicevo che non potevo lasciarli soli. Mio marito avrebbe potuto trovare un’altra compagna ma i miei figli non avrebbero trovato un’altra mamma e allora chiesi a Dio di darmi la forza per rimanere. Respirai forte e cercai di rimanere verso il basso, nel corpo. Perchè era un continuo fluttuare….
Devo dire però che quando vedevo queste cose ed ero indecisa se andare o non andare in quel tunnel. Mi dicevo che se ci fossi andata, sarebbe finita la mia sofferenza e sarei stata bene perché sarei andata in un mondo migliore. Però d’altra volevo rimanere qui per i miei figli, pur consapevole che questo avrebbe comportato per me enormi sofferenze. Dovevo scegliere e avevo la netta sensazione che il tempo stesse per scadere e, quindi, bisognava decidere in fretta se andare o rimanere e conscia della scelta che facevo dissi : “ Dio mio dammi tu la forza di rimanere! Visto che io non ne avevo nemmeno un briciolo, nemmeno per chiamare o sussurrare..”
Da quel momento sparirono tutte le immagini di morte. Non vidi più il tunnel e la bara; non vidi più niente. Ma cominciai a vedere la mia realtà.

-È davvero intenso e bellissimo il momento che hai descritto.

Sono cose che ti resteranno impresse per sempre. Dopo quello che ho descritto prima, mi fecero la trasfusione e il giorno dopo stetti malissimo, avevo il vomito, avevo lo stomaco infuocato, non urinavo e soprattutto avevo la pressione che mi saliva a 200. Mi davano la pasticca per la pressione, mi facevano le flebo, non urinavo e aumentavo di peso. Stavo veramente male. Mi misero il catetere ma la vescica era afflosciata perché non c’erano urine. Siccome ero un caso clinico particolare, anomalo, e siccome ero molto giovane, tutti –medici e infermieri- si preoccupavano molto per me. Ogni giorno -mattina e pomeriggio- mi facevano esami e controlli. Si preoccupavano, in particolare, di controllare il valore della creatinina, che costantemente saliva. Decisero di farmi una tac all’addome. Dall’esame capirono subito che c’era qualcosa che non andava perché videro una massa nella zona pelvica. Un mio amico che lavorava nella radiologia, per non spaventarmi, non fu proprio esplicito e cominciò a farmi discorsi strani tipo “sai bisogna vedere un pochino come andranno le cose, probabilmente ti faranno fare un ciclo di radioterapia…”. A sentire la parola radioterapia, mi sentii come se fossi attraversata da una scossa elettrica e capii che si metteva male. Decisero di farmi la la nefrostomia renale per potermi aiutare ad eliminare tutti quei liquidi.
La nefrostomia renale è un collegamento diretto tra il rene e l’esterno tramite un sondino da cui si espellono le urine in un sacchetto apposito. La prima volta me la fecero a sinistra e non uscì niente; il rene era afflosciato, vuoto, senza urina in circolazione. La fecero sull’altro rene e li invece funzionò. Tutto questo senza nessuna anestesia. I medici urologi erano contenti perché in quel modo mi avevano salvato il rene ma anche me stessa da tutti i problemi che ci sarebbero potuti essere. Durante l’applicazione mi sentii come se mi fosse stata sparata una pallottola nel rene. L’intervento, comunque, mi permise di espellere molti liquidi responsabili dei chili in più, circa dodici, che avevo accumulato. Prima di questo intervento, all’addome avevo un gonfiore tale che mi sentivo una mongolfiera; mi sentivo il liquido persino nella testa.
Successivamente alla scoperta della massa nella zona pelvica, mi portarono in ginecologia e, visto che sanguinavo abbondantemente, e che la situazione era complessa, i medici decisero i farmi l’isteroscopia. Ci andai con la sedia a rotelle e mi ritrovai davanti a medici e infermieri, che mi fecero accomodare sul lettino ed io così, con le gambe all’aria, mi vergognai da morire e di colpo scoppiai a piangere. Psicologicamente ero proprio a terra. Comunque, visto che dall’esito dell’isteroscopia non si capì granché, dopo qualche giorno mi chiamarono nelle sale operatorie della ginecologia per farmi un prelievo di tessuto dal collo dell’utero utile per fare l’esame istologico. Il giorno del prelievo c’era il primario anestesista nelle sale operatorie, che era ed è ancora un cliente di mio marito. Questo primario vedendomi disse : “ signora che cosa ci fa lei qui?” “Eh dottore”- risposi- “ non sto bene, ho problemi seri di salute.” Lui mi guardò stupito e mi disse : “ma allora è lei la donna di cui tutti parlano!”. Da questo capii che si parlava di me come di un caso particolare. Quando si allontanò da me, vidi che ci era rimasto male per avermi ritrovato in ospedale mezza morta, dato che in altri periodi ci incontravamo fuori la mattina, a volte a fare la spesa, e scambiavamo due chiacchiere. Tornando alla sala operatoria, mi fecero l’anestesia per fare il prelievo del tessuto dal collo dell’utero. Dopo un po’ di tempo il primario della nefrologia mi disse:” Signora guardi, noi qui abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare, ora non è più compito nostro. Lei deve andare in un grande policlinico , in un grosso centro ospedaliero.. scelga lei dove andare.” E mi dimisero. Era il 26 Marzo del 2006. Pensai di andare a Verona perché questo mio amico che lavorava in ospedale aveva un nipote che lavorava al Policlinico di Borgo Trento. Una volta arrivata a Verona con mia figlia e mio marito, il primario dell’urologia -dopo la visita, che si svolse il giorno dopo- il primario dell’urologia mi disse che il mio era un problema che non gli competeva perché non era un problema renale, ma ginecologico; e per questo dovevo andare a Borgo Roma, e farmi ricoverare lì.
Due giorni dopo fui visitata dal primario della ginecologia di Borgo Roma. Eravamo in sala d’attesa, c’erano tante donne che attendevano di essere visitate. Io ero li, con la morte nel cuore, ad aspettare il mio turno.
Vedevo mio marito agitato, teso , preoccupato e, per non farlo agitare ancora di più, preferii entrare da sola. Non volevo che i medici terrorizzassero mio marito e mia figlia. Dentro di me sapevo cosa mi aspettava.
Una volta entrata, Il primario, mentre guardava gli esami e le altre carte, mi chiese :
“ Signora perché è venuta qui?”
“ Guardi professore ho scelto di venire qui perché non so se posso fare l’intervento o altro.. non so..”
“Lei è inoperabile Signora” mi rispose “ può fare un po’ di chemioterapia, un pò di radioterapia….”. Era sott’inteso che non avevo grandi possibilità di sopravvivenza.
Sentire la parola “inoperabile” fu un’altra mazzata e dissi a me stessa : “ Dio mio aiutami; gli uomini sbagliano ma Dio non sbaglia”. Il primario mi chiese :” Signora perché non è entrata con suo marito?”
“Guardi professore- risposi io- mio marito in questo momento non potrebbe sopportare una notizia del genere , preferisco tenerla per me”
“ va bene, se è una sua scelta. Comunque se vuole domani le faccio l’istologico ma intanto andiamo nella medicheria che la visito.”
Durante la visita sanguinavo e il primario, girandosi verso la dottoressa vice primario, le disse : “Vede? Vede che avevo ragione io? Quando c’è il blocco renale, succede sempre così, la massa schiaccia gli ureteri, invade l’intestino, la zona pelvica. Comunque facciamo l’istologico.” E mi rimandò al lunedì per l’istologico.

-Infinita delicatezza.

Lui era convinto che per me non ci fosse più nulla da fare. Quel giorno uscii dall’ospedale e tornai a casa della mia amica Rosanna che mi ospitava. Ero distrutta, inebetita dalla paura di morire; cominciavo a guardare tutto come se fosse l’ultima volta che potevo vederlo. Stavo malissimo, ma non ero morta. Dovevo rialzarmi e farmi forza per quelli che erano accanto a me. Non dissi niente a mio marito di tutto questo e niente a mia figlia; non dissi niente a nessuno. La sera, appena ebbi qualche minuto in cui ero da sola nella mia stanza, chiamai il mio amico che lavorava in ospedale che subito mi chiese: “ come è andata la visita?”
“è andata che il primario mi ha fatto una diagnosi i morte” risposi.
Lui, dopo un attimo di silenzio mi disse: “ non è possibile, ho visto la tac, non ci sono metastasi in giro, la spina dorsale è pulita, non ci sono lesioni intorno.. credo che si sbagli.”
Quando il giorno dopo mi fecero l’istologico ero una morta vivente anche se cercavo di essere forte per gli altri. Intanto ci trasferimmo dalla casa della mia amica in un residence vicino al policlinico.
Noi aspettavamo la risposta dell’istologico; ma i giorni passavano senza alcuna risposta. Passò un mese, venne il periodo pasquale ed io ero ancora lì. La domenica di Pasqua dissi a mio marito: “Sai che facciamo? Andiamo a ascoltare la Santa messa, oggi è Pasqua!” Lui fu d’accordo. Non riuscì a trovarmi una sedia a rotelle; perché la domenica l’addetto alla stanza dove erano messe non c’era. Ci incamminammo a piedi pian piano, mi trascinavo; per me era la prima volta dopo molto tempo che camminavo con le mie gambe. Arrivammo nella cappella dell’ospedale e ci sedemmo vicini nel banco in terza fila. Dopo qualche minuto si avvicinò a noi una signora anziana che si occupava dell’altare, delle letture durante la messa e mi chiese se volevo fare una lettura. Quando anni addietro facevo la catechista leggevo spesso le letture la domenica. Le risposi di si e le chiesi se potevo leggere la prima lettura. Mi disse di sì e mi diede il foglio. Quando arrivò il momento, andai sull’altare e cominciai a leggere passando dalla prima lettura ai salmi. I salmi erano quattro o cinque frasi separate. La prima diceva: “Non morirò, ma vivrò per annunciare le meraviglie del Signore .“ Quando lessi questo passaggio, un brivido mi attraversò dalla testa ai piedi. Rimasi quasi folgorata e incredula perché quando ero nel banco non l’avevo letta quella frase; probabilmente non dovevo leggerla da sola ma leggerla sull’altare. Capii che era un messaggio di Dio per me. Capii che, nonostante tutto, non sarei morta, che avrei potuto farcela. Scesi all’altare con una gioia dentro, una fiducia e una fede che non so descrivere. Quella frase mi diceva che dovevo avere fiducia, avere fede nonostante le cose fossero tanto complicate. Quel brivido attraversandomi tutta mi aveva dato gioia e speranza di potercela fare. Ancora conservo quel foglio datomi dalla signora.
Mentre aspettavamo il referto dell’esame istologico, mi chiamarono dall’ospedale per dirmi che il giorno dopo mi avrebbero fatto la risonanza. Il giorno dopo era il 18 aprile, il giorno del compleanno i mio figlio. Mi fecero la risonanza e mi diedero subito la risposta. Nonostante mi avessero fatto l’esame senza liquido di contrasto utile a vedere bene gli organi interessati, si vide tutto benissimo. Non so come mai dalle nostre parti debbano sempre iniettare il liquido di contrasto, schifoso, radioattivo e tossico specialmente per me che avevo un solo rene capace di filtrare questo liquido per espellerlo poi con le urine.
Fatta la risonanza, chiamai il mio amico per leggergli i risultati. Lui mi disse: “guarda non mi sembra così cattiva la risonanza, non ci sono lesioni e non c’è metastasi all’intestino.. c’è la massa però , quella si ma per fortuna è localizzata.”
Circa un mese dopo ebbi le risposte dell’istologico. Fu la vice primario a darmi la diagnosi: “Signora il risultato dell’istologico ci dice che lei ha un linfoma e la devo accompagnare dall’ematologo.”
“Mi scusi dottoressa, io non capisco.. cos’è un linfoma? –chiesi- mi spieghi un attimo.”
All’epoca di tutte queste cose non sapevo niente. La dottoressa mi rispose :” guardi è una malattia del sangue; questa è competenza dell’ematologo, sarà lui a spiegarle tutto.” Prese i documenti e mi accompagnò dall’ematologo. Ancora una volta decisi di entrare da sola, mio marito lo feci rimanere fuori, volevo proteggerlo. Quando fui con l’ematologo, gli chiesi :”scusi dottore che possibilità ho di sopravvivenza?”. “Signora -mi rispose- oggi come oggi ci sono delle buone possibilità con la chemioterapia ci sono dei buoni risultati.”
Secondo me sono tutte cavolate perché le donne che hanno questo tipo di problema muoiono tutte, e le vere statistiche non le pubblicano; le vere statistiche affermano che c’è solo il 2 % di guarigione. Ma a te parlano di alte percentuali e chiunque è malato si sente praticamente “costretto”–anche in virtù del loro affermare i benefici della chemio- a farla e vederla come unica via di uscita o ancora di salvezza. Approfittano della tua vulnerabilità in maniera subdola e strisciante. Io non dico che mi hanno costretta, ma poco ci è mancato; perché il medico mi continuava a dire che con la chemio potevo guarire e non era vero . Successivamente mi fece il prelievo del midollo dalla colonna per vedere se avevo metastasi . Fatto questo mi salutò dicendomi: “ sa ci sono alcune cose da firmare e riguardo alla cura potrà farla tranquillamente nella sua città casa sua, perché quello che si fa qui, glielo possono fare anche nel suo ospedale. Intanto il primo ciclo lo può iniziare qui subito prima di partire.” Loro volevano essere sicuri che iniziassi, sapendo benissimo che una volta iniziata, non avrei potuto più sfuggire da quella trappola, non potevo tornare indietro o almeno questo è il percorso.
Non ebbi neanche il tempo di informarmi e di riflettere. Mi fecero firmare documenti di cui non avevo capito nulla, dato lo stato confusionale in cui mi trovavo. Cominciai, due giorni dopo, il primo ciclo di chemioterapia in ospedale. La vice primario della ginecologia mi disse: “signora questa deve farla molto velocemente perché è molto forte e quindi deve essere fatta il più velocemente possibile.” preparò la flebo per iniettarmi la prima infusione di veleno. ( alla faccia! Mi bruciò le vene fino a farle quasi scomparire del tutto,ed in seguito mi creò un sacco di problemi con i suoi effetti collaterali devastanti) Non ti dico come mi sentii; non ci sono parole per descriverlo. Stavo malissimo. Cercavo di aiutarmi in qualche modo visualizzando la chemio come un farmaco curativo e non come il veleno che era; cercavo di pensare positivo per quanto era possibile affinché mi facesse meno male. Finì questa flebo e la dottoressa mi congedò dicendomi che i cicli successivi li avrei potuti fare tranquillamente nella mia città.
In quegli ultimi tempi avevo preso contatti con la clinica S. Croce a Orselina, in Svizzera, famosa per la bravura dei medici omeopati e anche per l’assistenza ai malati terminali. Presi un appuntamento con uno di questi medici omeopati; e il giorno dopo andammo, io mia figlia e il suo ragazzo Orselina in Svizzera con il treno.
Volevo sapere da questo medico omeopata se ci fosse un qualsiasi aiuto per la mia situazione. Arrivati li prendemmo una stanza d’albergo. La notte ebbi la febbre e avevo una spossatezza da morire; ma mi facevo forza per i ragazzi e non mi lamentavo mai. Avevo anche quella benedetta nefrostomia che mi accompagnava ed ero impedita, anche nei movimenti e dovevo dormire (se ci riuscivo) sempre a pancia in su per via di quell’aggeggio nel rene. Il medico omeopata ci ricevette –con me era entrata anche mia figlia- e mi visitò. Gli raccontai la mia storia e come erano andate le cose e ad un certo punto gli chiesi: “ scusi dottore.. ma lei in tutta sincerità, cosa mi consiglia in merito alla chemioterapia, devo farla o no? “ “Signora io le consiglio di farla” mi rispose. “Cavolo -mi dissi – un omeopata..”. Come faceva un omeopata a consigliare la chemio?.
Se qualcuno allora mi avesse illuminato sugli effetti devastanti della chemio, di sicuro non l’avrei mai fatta! Ora però posso dire che su di me non ha funzionato, anzi! Mi ha devastato, nel corpo e nell’anima! Mi ha lasciato segni indelebili che nessuno mai potrà togliere, ferite che nessuno mai mi potrà guarire.
Purtroppo nessuno si prende la responsabilità di dirti di non fare la chemio. Hanno paura, perché se tu muori senza chemio, i familiari possono accusare i medici di non averla consigliata e fatta. Se invece muori di chemio nessuno viene denunciato, nessuno viene chiamato in causa, nessuno viene additato. E i medici dicono che sei morto di cancro. Probabilmente anche questo dottore ha avuto paura di consigliarmi.

-Credo sia qualcosa del genere. Molte persone temono polemiche e attacchi se si viene a sapere che non consigliano la chemio.. ma, a prevalere su tutto, dovrebbe essere l’onestà intellettuale..

Rimasi delusa da questa visita, per la quale pagai 200 euro. Mi diede dei rimedi preparati da lui e avvolti nella carta, rimedi di cui non si leggeva il nome. Rimedi che, nonostante tutto, presi, perché io mi fidavo e mi fido delle cure omeopatiche. Non so se mi hanno dato una mano. Sicuramente male non mi hanno fatto; non mi hanno avvelenata. Ero delusa; non volevo fare la chemioterapia; ma in quel momento non sapevo proprio che pesci pigliare. Non conoscevo tante cose che conosco adesso.
Quando ero ancora a Verona ed ero ancora ospite della mia amica Rosanna, venne a trovarci un’amica di mia figlia che fa la parrucchiera. Prevedendo ciò che mi sarebbe accaduto decisi di farmi tagliare i capelli, con la scusa che i capelli lunghi in quel periodo mi creavano problemi. Quando la mia amica tornò mi disse: “che hai fatto ai capelli?” “ li ho tagliati –risposi- così quando comincerò a perderli non si noterà poi cosi tanto.” Appena tornata a casa, dopo appena un solo ciclo di chemio i capelli cominciarono a cadermi, nonostante il taglio corto. Volavano via anche con i colpi di vento. Un giorno che venne la solita amica parrucchiera, mi feci fare il taglio corto, ma, mentre tagliava, i capelli le cadevano in mano. Non faceva in tempo a tagliarli che cadevano prima. Annalisa, un’altra amica di mia figlia, mi faceva le foto e tutte e quattro ridevamo di questa scena tragicomica. Dovevo ridere per non piangere; non potevo piangere davanti alle ragazze, anche se forse in quel momento avrei avuto bisogno di farlo.
Già dopo qualche giorno dalla prima chemio, cominciai a sentire il formicolio alle punte delle dita della mano. Con la seconda chemio dal formicolio si passò alla perdita di molta parte della sensibilità alle mani. Avevo perso la forza; non riuscivo a prendere una bottiglia d’acqua, non riuscivo a stringere e tenere un bicchiere pieno d’acqua in mano .
Accorciai ancora i capelli; ma cadevano e si vedevano le prime buche in testa. I capelli li trovavo ovunque; sul cuscino, in terra, per casa, sul pettine e allora dissi a mia figlia: “sai che facciamo? Prendi la macchinetta così me la passi e me li fai a zero”. Cercai di scherzare sul mio stato, non mi potevo disperare anche perché non lo avevo mai fatto durante la malattia e non volevo cominciare a farlo. Ho vissuto tutto questo dramma dentro. Dentro di me ho vissuto le paure, i pianti, le angosce, la disperazione; e ho nascosto tutto agli occhi degli altri. I primi cicli li ho fatti abbastanza vicini, ma dal terzo in poi ho dovuto distanziarli un bel po’ perché gli effetti collaterali erano devastanti. Mi annientavano. Tornavo a casa mezza morta, con un mal di testa tremendo; mi si spaccava la testa in due. Pensa che al secondo ciclo ebbi un blocco intestinale. Al terzo ebbi un fungo che mi invase tutta bocca, tipo il mughetto dei bambini. Questo fungo lo avevo sulla lingua, nella gola, sulle labbra. Non riuscivo ad alimentarmi; non riuscivo neanche a bere una goccia d’acqua. Dalla bocca socchiusa usciva una salivazione schiumosa. Dovevo stare sdraiata, con un asciugamano vicino alla bocca, ad asciugare tutta quella schiuma che si creava continuamente e che di certo non potevo ingoiare. Era una cosa tremenda, ero ridotta ad una larva umana. Quando andavo in bagno mi specchiavo, avevo paura di me stessa.. ero uno zombie. Non potendo né bere e né mangiare, mi facevano le flebo sia per idratarmi che per alimentarmi . Quando venne l’oncologo a farmi la visita domiciliare, mi portò una sacca contenente del liquido bianco, una merda scusami il termine, prodotta dalla Nestlè, un composto di vitamine e principi nutritivi.

-Come non definire tutto questo un crimine?

Tra le tante difficoltà ebbi anche problemi con gli stent e gli ureteri, con la nefrostomia. Un giorno, nel cambio della nefrostomia me la inserirono troppo in profondità procurandomi un dolore così forte che mi sembrava i avere un pugnale conficcato nel rene. Tornai a casa con dolori tremendi, erano da impazzire. Mia cognata vedendomi così dolorante e sudata mi disse di tornare in ospedale e di farmi ricontrollare la nefrostomia. Tornai nel reparto e spiegai che la mattina avevo sostituito la nefrostomia e che da quel momento avevo dei dolori tremendi; non potevo nemmeno muovermi e avevo anche difficoltà a respirare. Mi tirarono un pochino la nefrostomia verso l’esterno e i dolori si attenuarono. Mi ripresi un po, ma ci volle tempo e grande fatica. Ho fatto otto cicli di chemioterapia. Otto! Di quella che chiamano La Rossa, la Peggiore, la più forte! La distanza l’uno dall’altro doveva essere di 21 giorni; ma, dopo i primi, feci gli altri molto più distanti l’uno dall’altro. Non ce la facevo; ero troppo debilitata, ero annientata. Dovevo aspettare più giorni, perché tra un ciclo e l’altro mi si abbassavano tutti i valori del sangue e dovevo farmi una puntura sulla pancia per stimolare la produzione dei globuli rossi e bianchi che venivano abbassati drasticamente dalla chemio. La mia bella dose di chemio comprendeva: Mab Thera 600 mg, Ciclofosmamide 700 mg,Vincristina 2 mg, Adriamicina 80 mg,Betametasone 12 mg.; e per gli effetti collaterali Allopurinolo e Deltacortene 25 mg. Un bel cocktail mortale che mi azzerò le difese fino a ridurmi come una larva. . E per stimolare, invece, le difese dovevo fare, subito dopo la chemio, una fiala sottocutanea di un farmaco costosissimo; che mi dava dei dolori tremendi nel midollo osseo nella colonna. C’era da impazzire, stavo malissimo, ma riuscii, mio malgrado, a finire tutti i cicli della chemio.
Verso la fine di settembre o ottobre, non ricordo bene, rifeci la risonanza e gli esami del sangue. Dalla risonanza si evinse che la situazione era rimasta invariata. Era tutto fermo li. Praticamente la chemio non mi aveva portato nessun beneficio, anzi. Dopo otto cicli di chemio, quella rossa -la più forte e la più tossica perché, oltre a far cadere i capelli, brucia tutto- ero al punto di partenza.
La vice primario dell’ospedale di Verona mi chiese di inviarle tutto che lei ne poi avrebbe parlato con l’ematologo. Dopo qualche giorno mi disse:” guardi signora l’ematologo dice che deve sbrigarsi a fare la radioterapia, la deve fare velocemente prima che svaniscano gli effetti della chemioterapia.. altrimenti non funzionerà”.

-Dopo devastanti cicli di chemio che in sostanza non avevano risolto nulla, ti propongono di procedere con la radioterapia.. emblematico..

Pensa che castroneria Alfredo, mi dovevo pure sbrigare. Ma come si poteva dire un’assurdità del genere?”
Non sapendo come fare, cercavo di aggiornarmi, chiedendo ai ragazzi di farmi delle ricerche. Io n quel tempo sapevo appena usare il computer; non ho la dimestichezza che ho oggi. Andai alla ricerca delle “Cinque Leggi Biologiche” del dott. Hamer, un libricino che avevo in casa e che avevo avuto anni prima quando frequentato il corso di naturopatia. Poi sentii parlare della Fondazione Pantellini; poi sentii parlare anche di altre cose. Ma ero troppo distrutta, annientata.. non avevo energie, non avevo la forza per fare niente, nemmeno per prendere decisioni.
Tornando alla sollecitazione dell’ematologo a fare la radioterapia, accolsi quella proposta e feci la radioterapia. Stupidamente la feci.
Però, se non avessi fatto chemioterapia e radioterapia, oggi non potrei dire che non funzionano. Su di me non hanno funzionato; ma non funzionano neanche sulla stragrande maggioranza delle persone. Oltretutto, essendo farmaci cancerogeni, a distanza di anni creano recidive. Alla gente viene mentito,la gente non sa come stanno veramente le cose. La gente non sa che la chemio è cancerogena, immunosoppressiva e mutagena; e i danni che fa superano di gran lunga i benefici, se mai c’è ne fossero (io ne dubito).

-E’difficilissimo in momenti come quelli potere veramente decidere, potere davvero scegliere. Le informazioni date sono solo parziali,e il clima di panico, di pericolo per la vita, comporta una pressione psicologica per via della quale.. si agisce.. si agisce alla svelta.. si segue quello che viene consigliato.. perché…”non c’è tempo da perdere”…

Esatto. Prenotai le sedute di radioterapia in una clinica di Lecce. Quando entravi in quel reparto vedevi tutte quelle persone che avevano la morte stampata in volto; C’era anche un bambino, suppergiù di 7/8 anni, tutto pelato che aveva un tumore in testa; povero piccolo, mi dispiaceva da morire per lui, sicuramente viste le statistiche sarà morto, sarà morto come tanti altri, come un numero per la medicina. Alla quale non importa di curare il malato ma la malattia, il sintomo, una medicina che pensa ancora di ammazzare le mosche con i cannoni o come dice la mia amica Gigliola…. di spegnere il fuoco con la benzina! Che assurdità! Secondo il dottor Simoncini con i tumori al cervello si possono avere dei buoni risultati, anche di guarigione, con il bicarbonato. Lui asseriva di aver guarito un bambino con un problema del genere in Albania. La mamma andò con il suo bambino mezzo morto a chiedere aiuto, disposta a fare qualsiasi cosa pur di salvarlo. Lo curarono con il bicarbonato e questo bambino guarì.

-Racconta la tua esperienza con la radioterapia.

Feci 21 applicazioni. Una follia che sicuramente non rifarei. Anche la radio crea dei problemi; ustiona, brucia dentro e fuori. Avevo la vescica a pezzi; mi scappava la pipi addosso, bruciori da morire. Anche l’intestino era compromesso. Come può una terapia, che si vanta di curare, uccidere cosi un corpo? Questo metodo di cura è sicuramente molto contraddittorio, ma anche obsoleto secondo me. Un metodo che cura non può ridurre la persona in fin di vita! Prego solo Dio che mi abbia ripulito da quella robaccia. Intanto era arrivato dicembre e non ti dico che Natale ho passato. Tra prostrazione e malesseri fisici, risonanze ed esami clinici, passarono circa due mesi e mezzo. Trascorso questo periodo di tempo e finite le radioterapie, feci la risonanza di controllo e i risultati dicevano che tutto era rimasto immutato, tutto era come prima. E per fortuna non era peggiorato.. di solito la radioterapia peggiora le situazioni. A quel punto mi caddero le braccia. Ero in una confusione tremenda, non sapevo che fare. Ero distrutta .. veramente distrutta. Nel frattempo mi chiamò una mia amica di Ostini ,che era stata mia compagna al corso di Naturopatia, per chiedermi come stavo e come proseguivano le cose. Poi mi disse: “sai Enza c’è Marco.. perché non vai da lui farti qualche trattamento con la piramide?” Avevo sentito parlare di questa piramide.. le suore brasiliane a Trento avevano delle piramidi. Quando fui ospite della mia amica a Verona ebbi modo di sapere che suo fratello qualche anno prima di me aveva avuto un tumore allo stomaco. Gli avevano tolto una buona parte dello stomaco, e aveva fatto anche lui la chemioterapia; manco a dirlo, lo avevo distrutto. Gli erano cadute perfino le unghie delle mani. Decise di non fare più le chemio e avendo saputo di queste suore brasiliane a Trento, andò da loro e si sottopose ai trattamenti con la piramide. Venne anche seguito dalla sorella naturopata, che gli faceva in continuazione trattamenti energetici e altro. Con il tempo e queste cure guarì e uscì fuori dal cancro. Sembra che da queste suore andassero molte persone sia malate di cancro che di altre patologie. Ricordandomi tutto questo chiamai Marco e gli disse che volevo fare dei trattamenti. Una o due volte la settimana andavo da lui a fare i trattamenti con la piramide, mi ci mettevo sotto, stavo li una mezz’ora, una quarantina di minuti. Se non altro mi rilassavo. E poi questo mio amico aveva, e lo ha tutt’ora, un apparecchio di medicina quantica chiamato SCIO QUANTUM. Cominciò a farmi trattamenti anche con questo apparecchio. Ti dirò … non so fino a che punto funziona ma io cmq mi sentivo meglio.
Durante i trattamenti Marco mi disse che aveva conosciuto un certo dottor Simoncini che curava i tumori col bicarbonato e se volevo leggere il suo libro “il cancro è un fungo”

-si, conosco questo libro anche se non l’ho letto .

io lo lessi tutto di un fiato. Lessi le storie di persone che con il bicarbonato erano guarite. C’era la storia di una donna di 60 anni che aveva un tumore al collo dell’utero proprio come me. Lei aveva fatto delle infusioni di bicarbonato ed era guarita dal cancro. Ma aveva anche delle metastasi ossee che le infusioni con il bicarbonato non poterono curare e morì. Ma non morì di tumore al collo dell’utero.
Pur leggendo questa storia negativa, cercai di contattare il dottor Simoncini. Ci riuscii e andai a Roma, dove si trovava in quel momento. Ci andai in aereo con mio marito e mia figlia. Viaggiare era stancante per me, ero debole e poi con questa sacca dietro al rene.. pensa che portai la nefrostomia per circa due anni. Era una schiavitù perché se uscivo staccavo il sondino/catetere con il sacchetto annesso e applicavo la stomia e, viceversa, se stavo a casa mettevo il sondino catetere con il sacchetto annesso. Non uscivo molto e non guidavo più la macchina. Comunque.. arrivammo a Roma e andai da lui.

-che anno era?

Erano i primi di gennaio del 2007. Ci ricevette in uno studio che non credo fosse suo. Quando ci sedemmo davanti a lui, guardò i miei esami e mi disse: “Signora lei è venuta troppo tardi! Però se vuole possiamo provare.” Considera che, oltre la malattia, avevo altre complicazioni fisiche non trascurabili; complicazioni come la nefrostomia, gli ureteri schiacciati dalla massa tumorale che era in uno stadio abbastanza avanzato.
Fu un altro duro colpo sentire quelle parole. Comunque gli dissi di sì; era una speranza per me e volevo provare.
“allora deve ritornare un altro giorno – mi disse- Dovranno metterle un port nella zona pelvica e non sarò io a farlo ma un medico che si occupa di questo. Poi inizierà a fare le infusioni di bicarbonato.”

-Molti non avrebbero neanche tentato. Avrebbero, a priori, giudicato folle il tentativo di provare ad affrontare quello che avevi tramite una cura.. a base di bicarbonato.

Certo.. io avevo solo un’infarinatura a livello di conoscenza datami dal libro che avevo letto. Avevo letto per l’appunto di persone che ce l’avevano fatta; e sapevo di altre che erano morte. Io, non volendo rifare la chemio, volevo tentare la cura del dottor Simoncini. Per me quella era l’ultima speranza.
Dopo una settimana ritornammo a Roma. Andammo in una clinica privata dove c’era lui che mi aspettava. Mi fecero la TAC e, durante la TAC, mi inserirono il port nella zona pelvica.

-E’ stato doloroso per te?

Un po’ si, però era una cosa che volevo fare. E poi fino a quel momento avevo sopportato di tutto. Ero avvezza al dolore, alla sofferenza. E comunque, in quel momento io volevo fare tutto quello che era nelle mie possibilità. Era in gioco la mia vita.
Il giorno in cui mi misero il port, c’era un’altra ragazza con me. Una ragazza inglese che aveva partorito da poco; anche a lei misero il port nella zona pelvica. Probabilmente aveva una malattia tipo la mia. Tornando a casa, comprammo la flebo di bicarbonato al 5%. Flebo che ora le case farmaceutiche non producono più. Tornata a casa; cominciai subito con la prima infusione. Mia figlia, con una siringa, me la iniettava attraverso questo port. Riiuscii a farmi iniettare tutti i 500 cc della boccetta. I dottore ci disse di farle a giorni alterni, sia nell’addome che in vena.

-spiega, per chi fosse totalmente digiuno di queste cose il senso dell’iniettare il bicarbonato nel corpo. Perché questa cosa ha una sua efficacia? Perché si da il bicarbonato in certe patologie?

Simoncini asseriva, e asserisce, che il cancro è un fungo; che il cancro viene a seguito della candida, che a sua volta si manifesta quando il corpo è in uno stato di acidosi. La candida è una micosi, è un fungo che solo in seguito sviluppa cellule tumorali che lui definisce funghi. Il nemico di questi funghi è il bicarbonato che, iniettato, li brucia, li mangia e li elimina. Per farti capire è come la candeggina versata sulla macchia di un tessuto: brucia l’alone e scompare la macchia. Ovviamente il bicarbonato usato esternamente non ha lo stesso effetto dell’infusione interna, perché iniettandolo, arriva direttamente sulle cellule e va a bruciare ciò che è cancerogeno.
Comunque, come ti dicevo, quella per me era l’ultima possibilità. Non conoscevo all’epoca altri oncologi che curassero in maniera diversa dalla chemioterapia. Oggi si invece.

-Come è stato l’impatto con Simoncini?

Diciamo che non è stato dei migliori. Lui essendo medico allopatico, mirava a curare la malattia e non la causa, senza tener conto che, dietro ogni persona, c’è un’anima, una sensibilità. Sensibilità che, nel malato oncologico viene molto spesso sottovalutata. La sua vulnerabilità è superiore rispetto a chi ha altre patologie; perché sente la morte in agguato. Non mi sentii “accolta” dal dottor Simoncini; non mi sentii supportata e incoraggiata. Devo però dire che l’impressione fu un po’ diversa quando lo rividi. Ebbi, queste seconda volta, una impressione molto più positiva. Io credo che lui sia una bella persona ed è anche un medico molto informato sulle dinamiche del cancro. Quando parla ti lascia a bocca aperta per la sua vastissima conoscenza. Il problema è che non ha mai potuto agire serenamente. E’ stato sempre boicottato. Non gli si è mai data la possibilità di dare il meglio di se come medico, come oncologo e anche come persona.
Inoltre, le persone che vanno da lui sono persone che hanno percorso invano altre strade. Persone che hanno perso la speranza e purtroppo non sempre arrivano al momento giusto. Come ti avevo detto prima, Simoncini a me aveva detto che la mia situazione era molto grave e che ero arrivata troppo tardi. Però, se io fossi morta, la mia famiglia non sarebbe andata a denunciarlo come invece fanno in tanti in una situazione di quel tipo. Perché non era stato lui a chiamare me, ma io ad andare da lui. E non si può denunciare un medico, un naturopata o chiunque esso sia quando sei tu ad essere andata in cerca del suo aiuto.
Avrei potuto anche non ottenere niente ma questo era un mio tentativo e mi assumevo totalmente la piena responsabilità di tutto e non potevo condannare nessuno se le cose non fossero andate per il verso giusto.

-c’è un tentativo di aggrapparsi al nemico anche quando, magari, il nemico non c’è.. cioè.. i famigliari di un malato morto possono essere tentati dalla necessità di trovare sempre un colpevole, perché non accettano la morte del loro parente.

Mi chiedo perché tutte queste persone, tutte queste donne giovani, come dice Salvatore Paladino, vengono quando è ormai troppo tardi. Quando sono già stati massacrati dalla chemio? Perché quando si muore per chemio, i famigliari non denunciano?

-razionalmente il tuo discorso non fa una piega. Ma interagiscono molti meccanismi malati in certi casi. Moltissimi non sanno cosa sia un tumore e quale siano natura ed effetti della chemioterapia. Ma riprendiamo la tua storia.. raccontavi delle infusioni di bicarbonato..

Andando alla prima infusione, cominciammo a inserire tutto la soluzione di bicarbonato al 5% nell’addome. Le flebo erano già pronte, una soluzione con dentro il 5% di bicarbonato. Queste flebo adesso non vengono più prodotte né vendute; mi chiedo se sia un caso. Praticamente il dottor Simoncini diceva che, dopo aver infuso tutta la flebo, dovevo lasciarla agire per un po’ e poi dovevo aprire il port e lasciar defluire all’esterno. Il liquido così sarebbe venuto fuori portando con se ciò che di sporco e di morto c’era dentro. E questo fu quello che feci. Nella prima flebo c’era mezzo litro; e non so come riuscii a infondermi tutta la soluzione visto che poi nelle successive non mi riuscì più. Iniettavo 200 cc, 150 , a volte 100 cc, a volte 50 ed era pochissimo rispetto alla terapia prescritta da Simoncini. Successivamente alla prima infusione, questo quando mia figlia mi iniettava la soluzione di bicarbonato era una cosa da impazzire Alfredo.. io non so come ho fatto.

-Quindi si tratta di una cura dolorosa? E per quanto avresti dovuto farla?

La cura doveva durare un mese Lui non mi aveva detto che sarebbe stato così doloroso. O meglio, mi aveva detto che avrebbe bruciato un pochino e che avrei potuto fare la terapia a giorni alterni. Non so se me lo disse di proposito o se davvero non sapesse o non si rendesse conto di quanto bruciasse nella zona pelvica…
La zona pelvica era carne viva e l’infusione con il bicarbonato bruciava in una maniera pazzesca. Questo, man mano che passavano i giorni, portava ad un rallentamento della cura. Doveva durare un mese invece si protrasse per oltre due mesi perché c’erano dei giorni in cui, per via dei dolori tremendi, non riuscivo a fare l’infusione. La sera poi avevo sempre alcuni decimi di febbre. Arrivava a 38, 38,5. Durante la notte sfebbravo e la mattina non ne avevo più. Questo succedeva sistematicamente tutte le sere. Infatti io non prendevo nessun farmaco per la febbre, perché avevo capito che, tramite la febbre, il mio sistema immunitario si difendeva. Il bicarbonato , avendone fatto tanto, mi aveva si alcalinizzato ma mi aveva anche bruciato dentro. Certo, era quello il lavoro che doveva fare, però faceva molto male. Io cercavo di aiutarmi con qualche rimedio omeopatico che mi dava la mia amica omeopata Silvana. Pensa che il sale mi usciva dagli occhi.

-Il sale?

Sì il sale Alfredo. Il bicarbonato è un sale. La mattina, appena sveglia, avevo agli angoli degli occhi delle piccole pietrine di sale. Per controbilanciare questa situazione, il dottor Simoncini mi diceva di bere; e io bevevo acqua, limone e un po’ di zucchero. Certo, so che assumere tutto quel bicarbonato è stato un rischio per me, perché, avendo un rene solo l’ho fatto lavorare troppo, ed ero provata sotto l’aspetto fisico. Infatti mangiavo pochissimo e spesso vomitavo per via della mucosa dello stomaco infiammata.

-Si può dire che questa cura con il bicarbonato non è esattamente una passeggiata.

No, non lo è stata per me. Forse in altri casi l’impatto è stato diverso. Per esempio, la mia amica Daniela, che ha avuto un carcinoma duttale infiltrante al seno, tenne il port per pochi giorni, lavando con il bicarbonato l’area dove le tolsero il nodulo. Però in un caso grave come il mio -la mia era una patologia molto importante, molto estesa; tra la neoplasia al collo dell’utero e il linfoma non c’era da stare allegri- bisognava fare una terapia d’urto, con forti dosaggi. Se mi chiedessero se consiglierei questo approccio, non so cosa risponderei. Io ho vissuto momenti tremendi. Non ero in grado di alzarmi da sola dal letto. Doveva venire mia figlia, o mio marito, o qualcun altro, prendermi sotto le braccia e tirarmi di peso, perché io non potevo fare lo sforzo di alzarmi da sola; gli addominali erano bruciati . Ero tutta un pezzo di dolore, dal collo alla punta dei piedi. La notte mia figlia mi doveva mettere il pannolone, perché non ero in grado di alzarmi e non riuscivo a controllare gli sfinteri. Mio marito, in quel periodo, per non disturbarmi dormiva nella stanza di sotto. Se avevo bisogno di qualcosa, avevo mia figlia nella stanza accanto. La mattina aspettavo che lei si svegliasse e venisse ad alzarmi per accompagnarmi in bagno. Un giorno, mentre andavo in bagno, mi successe una cosa tremenda . Considera che la cura che stavo facendo mi aveva bruciato le mucose della zona pelvica, l’utero si era rinsecchito ed era diventato duro e si vedeva anche dall’esterno della pancia. Un giorno non riuscii ad arrivare in bagno che me la feci addosso. In quel momento avrei voluto morire. Scoppiai a piangere. Non mi potevo abbassare, non riuscivo a muovermi per potermi lavare, non sapevo cosa fare. IL mio pianto si sentiva dalla cucina. Tutti e due i miei figli accorsero, mi aiutarono a lavarmi e a rivestirmi, rassicurandomi con tutto il loro amore. Mentre io continuavo a piangere per la vergogna di quello che mi era accaduto, loro continuavano a dirmi che c’erano loro con me e che dovevo stare tranquilla.
Ero diventata senza forze, non avevo più autonomia, ero dipendente in tutto e per tutto; da mia figlia soprattutto, perché mio figlio era già ripartito per l’università, dopo essere stato in dubbio se andare o meno. Lo pregai di andare, di pensare alla sua vita, di pensare al suo futuro. Quel periodo così tremendo durò dai primi di febbraio -quando avevo cominciato la terapia- fino al mese di aprile.

-quattro mesi..

Durò così tanto perché in alcuni giorni io non potevo iniettare nemmeno una goccia di bicarbonato tanto erano forti i bruciori e, non avendo abbastanza forze, dovevo recuperarle per poter iniettare il bicarbonato il giorno dopo. Siccome immettere anche solo una goccia di bicarbonato generava dolori tremendi, da impazzire, io non so come non sono impazzita dal dolore. Cercavo di sopportare tutto in virtù di quello che sarebbe potuta essere la mia guarigione, il mio stare bene, la sconfitta della malattia. In quello stesso periodo avevo pure scoperto la graviola e un amico mi aveva consigliato di prendere l’ascorbato di potassio, mentre la mia amica Silvana mi aveva consigliato un rimedio omeopatico per le cellule tumorali. Con questi elementi avevamo costituito un protocollo fai da te che mi potesse aiutare. Iniziai con una capsula al giorno , poi due e poi tre. Le prendevo la mattina prima della colazione, prima del pranzo e prima della cena. A un certo punto aggiunsi anche l’aloe. Imparai con un’amica a preparare lo sciroppo d’aloe secondo la ricetta di Padre Romano Zago.

-quindi tu durante il giorno prendevi da una parte il bicarbonato dentro il corpo e dall’altra aloe e graviola?

Si è così. Da Gennaio facevo il bicarbonato e poi dalla fine di marzo, in contemporanea, presi anche l’aloe e la graviola e anche l’ascorbato. Avevo letto che la graviola era 20.000 volte più potente della chemio. Le prendevo sistematicamente a tutte le ore, a mezz’ora di distanza l’una dall’altra; e quando finivo quelle della mattina dovevo già prendere quelle del pranzo. Dimenticavo, il mio amico Marco mi aveva consigliato anche di mettere capsule di Tea Tree olio direttamente in vagina. (il Tea Tre è un antimicotico e antibatterico) La graviola l’ho sopportata abbastanza bene; se pensi che ci sono persone che con una , due o tre capsule al massimo hanno avuto conati di vomito. Io arrivai a prenderne nove per volta.

-Nove compresse al giorno?

No, nove a colazione, nove a pranzo e nove a cena. Le presi partendo da una e, via via, aumentavo. Dopo un po’ di mesi cominciai a scalare gradualmente passando da nove a otto, da otto a sette, e così via. Le sopportavo abbastanza bene, come ti dicevo, anche se, all’inizio, quando lo stomaco era ancora molto irritato per via del bicarbonato, a volte vomitavo. Mangiavo molto poco e non avevo appetito. Finito il ciclo di bicarbonato che Simoncini mi aveva consigliato, feci i controlli e la risonanza per vedere la situazione come stava. La risonanza venne fatta fine di aprile; il 25 o il 26, ora non ricordo.

-che anno era?

Il 2007. L’esito indicava che la situazione in quel momento era invariata rispetto alla risonanza precedente. Un po’ mi arrabbiai, perché sembrava che questo medico radiologo non avesse neanche guardato bene la risonanza; non mi piacque e avevo la sensazione che copiasse i risultati dall’esame precedente. Comunque sia, rimasi molto male di fronte a quell’esito uguale a quello dell’altra risonanza; rimasi scioccata perché ci avevo creduto in queste cure. Però poi realizzai che il bicarbonato aveva bisogno del suo tempo per poter agire e pulire. Nel periodo in cui ho fatto il bicarbonato, mi sentivo l’utero duro come una pietra e, infatti, se osservavo l’addome esternamente, sembrava che avessi una palla nella pancia. Mi sentivo l’utero pietrificato e qualcosa doveva essere di sicuro accaduta, però la risonanza dava un esito uguale al precedente. A un certo punto compresi anche che dovevo fare un lavoro interiore; dovevo lavorare sulle mie non accettazioni e sui miei conflitti. Quando avevo avuto l’esito degli esami, avevo chiamato Simoncini perché anche lui voleva sapere i risultati. Gli dissi che la situazione non era cambiata molto rispetto alla risonanza precedente. Lui mi rispose che, a quel punto, non sapeva cosa altro fare per me, e pensava che forse la malattia sarebbe andata avanti.

-certo che lui ogni volta che parlava era di grande conforto dall’inizio alla fine…

Si.. e quando aggiunse che c’era stata una ragazza che era andata da lui troppo tardi , quando già il cancro aveva invaso l’intestino, e che in seguito morì, gli dissi proprio: “caspita – gli risposi- lei mi sta dando proprio un grande conforto!”. E li mi arrabbiai, mi arrabbiai moltissimo, e dopo crollai. Stetti male psicologicamente e non potevo parlarne con nessuno, tanto meno con la mia famiglia a cui non potevo dare una notizia così. Però ce la mettevo tutta con me stessa, ce la mettevo tutta per guarire. Cercavo di lavorare con il pensiero, cercavo di aggrapparmi con tutta me stessa alla vita, alle mie forze. Nel frattempo andai a rispolverare le Cinque Leggi biologiche del dottor Hamer scritte in fascicolo che ci avevano dato alla scuola di naturopatia l’anno prima che mi ammalassi. Le lessi e mi riscoprii ancora nel conflitto. Decisi trovare un medico hameriano per poter avere una mano sotto questo aspetto.

-Qualche parola Enza, per chi è digiuno, su cosa si intende per il conflitto nella medicina hameriana..

il conflitto è quando tu hai una problematica con qualcuno o verso qualcuno. Quando sei arrabbiato con qualcuno che ti ha ferito, che non ha agito secondo le tue aspettative, che secondo te ti ha fatto del male; .che ti ha fatto quello che non meritavi. Questo si intende per conflitto. Quando dentro di noi viviamo un conflitto interiore.O quando abbiamo avuto un forte dispiacere, una fortissima delusione,qualcosa che comunque generi un forte trauma o schok nell’individuo. Poi c’è comunque chi i traumi riesce a superarli più facilmente e chi genera conflitti interiori, difficili da sciogliere.

-e questo può generare patologie.

Si, può essere. Io credo che il cancro sia una malattia multifattoriale; ci possono essere cause ambientali, cause alimentari, ma soprattutto cause emozionali. Hamer dice che il cancro è un dramma vissuto nel silenzio, ed è vero. Questo non è solo riferibile al cancro ma a tutte le malattie secondo me. Basti pensare che un semplice raffreddore o anche un semplice mal d gola può essere scatenato da un conflitto. Noi abbiamo un sistema immunitario che altro non è che un sistema di difesa del nostro corpo, con tante guardie del corpo pronte a proteggerci dai fattori esterni. Quando noi soffriamo, stiamo male, andiamo in conflitto con qualcuno e ci sentiamo feriti. Quando ci sentiamo delusi dalla vita, da qualcuno, andiamo ad erodere questa barriera e, di conseguenza, le nostre difese si abbassano. Quando il sistema immunitario si abbassa l’essere umano diviene vulnerabile e facilmente attaccabile dalle malattie. Per arrivare al cancro ci devono essere conflitti molto grandi. Il dottor Stagnaro secondo i suoi studi e le sue ricerche, dice che l’essere umano in generale nasce con l’informazione del cancro ed è vero che noi abbiamo un codice genetico che racchiude questa informazione.. probabilmente ci viene trasmessa dai genitori.. chi lo sa. Comunque, non tutti hanno la possibilità di manifestare questa malattia. Questo avviene nel momento in cui abbassiamo la guardia, indebolendo le difese immunitarie; a quel punto, se hai l’informazione del cancro, hai un’alta possibilità svilupparlo. Secondo me tutte le malattie nascono da un trauma o da un disagio interiore nell’essere umano; anche le malattie cardiache, le malattie autoimmuni, la sclerosi, il morbo di Crohn. Io penso che l’evoluzione di molte malattie dipenda dalla nostra psiche; perché di vero c’è che l’essere umano è tanto forte quanto vulnerabile e debole.
In quel periodo cercai un medico hameriano attraverso una mia amica di Milano. Dopo una serie di ricerche trovai una persona con la quale ebbi una esperienza alquanto deludente. Un ciarlatano,che aveva promesso di aiutarmi e invece, grazie a lui, rischiai di cadere in un altro conflitto. Fui abbastanza forte da superare anche questo evento; anche se rimasi davvero sconcertata e delusa per quest’ultima vicenda. C’era un mio amico naturopata che mi sosteneva psicologicamente, che mi diceva: “sai Enza questa è la conferma che dai medici non devi più andarci, devi contare solo su te stessa e basta. Devi lasciar perdere tutti i medici.” Capii che il medico di me stessa potevo essere solo io. Con le mie forze, le mie conoscenze, le mie basi mi rialzai da un’altra caduta. Ogni volta che ho preso le bastonate da questo o da quell’altro medico -e ne ho prese tante- mi ritrovavo immancabilmente a lavorare su me stessa con le mie sole forze. Nonostante avessi affianco una famiglia straordinaria, mi sentivo sola, sola in un oceano, sola a dover affrontare l’ignoto, sola a dover affrontare le mie paure, i miei dubbi, le mie incertezze. Sola, nella malattia sei sempre sola. Il fatto è che la famiglia determinate cose non te le può dare, perché tu comunque non comunichi quello che vivi dentro di te in quei momenti.. in quei momenti di paura, di terrore, di incertezze. Non comunichi tutte le emozioni che vivi. Io, per non spaventare gli altri, non ho mai manifestato le mie ansie e i miei timori. Ogni volta che cadevo, e mi dovevo rialzare, chiedevo aiuto solo al Padreterno. A maggio feci le analisi del sangue e la risonanza e, visto che i valori dei marcatori erano un po’ altini, ripetei le analisi il mese dopo, in giugno. L’esito fu che i marcatori si erano normalizzati. Un mio amico, quello che lavorava in ospedale e che in precedenza mi aveva fatto la TAC, mi ritirò le analisi e mi invitò a casa sua perché mi doveva consegnare le risposte e mi doveva parlare. Il mio primo pensiero fu che gli esami clinici potessero non essere usciti bene e andai da lui un po’ timorosa. Lui mi venne incontro e mi disse: “sai devo farti i miei auguri. Io non so e non conosco le cure che hai fatto, ma sicuramente qualcosa di tutto quello che hai fatto ha funzionato! I tuoi valori sono normali. Gli esami sono usciti benissimo.” E li puoi immaginare cosa ho provato. Tutti gioivano per me e anche io naturalmente! Tutto si era avverato, le visioni, i sogni, i messaggi…il mio papà mi aveva accompagnato in questo percorso.

-Sicuramente una emozione grande e totale.

Sì.. è stato come se fossi nata un’altra. Avrei dovuto fare la risonanza, ma aspettai, perché probabilmente il corpo aveva bisogno ancora di tempo per riassestarsi. Piano piano cominciai a sentirmi meglio e a riprendere le forze. Avevo smesso di prendere il bicarbonato, che era stato la cosa che più mi aveva indebolito. Ricominciai a camminare, a passeggiare. La risonanza la feci a fine settembre. Settembre del 2007. L’esito fu strabiliante: assenza completa della malattia!!!
La mia emozione fu immensa già quando seppi l’esito degli esami del sangue. I risultati della risonanza mi portarono dentro una gioia indescrivibile. Vedevo tutto con occhi diversi, ritornavo a vivere, mi sentivo felice. Comunque, già grazie a quello che mi era stato detto sulla base delle analisi del sangue, avevo passato quell’estate un po’ meglio. Ero più allegra, mi sentivo meglio fisicamente, uscivo, mio marito mi portava al mare; perché io desideravo andare al mare ma avevo ancora la nefrostomia. Desideravo il mare e cominciai addirittura a fare i bagni, pur con quella Benedetta nefrostomia attaccata dietro. L’avevo ancora perché l’urologo mi diceva che, se non eravamo sicuri a 100% che la malattia fosse regredita e finchè gli ureteri non fossero stati liberati dalla massa, non potevamo rischiare. Da circa un paio di mesi una comitiva di amici con i quali avevamo fatto tanti viaggi, stava organizzando un viaggio nel Bosforo, in Turchia. Tutti mi pregarono di partecipare però io ad ottobre avevo ancora la nefrostomia e non potevo andare in giro per il mondo cosi conciata. Era arrivato il momento di liberarmi di quell’aggeggio. Andai dall’urologo in quei giorni, gli portai l’esito della risonanza, da cui risultava la totale assenza di malattia. “Allora signora –mi rispose- prima di toglierla e fare dei pasticci, si devono fare delle prove per essere sicuri che gli ureteri sono liberi deve provare a chiudere il tubicino della nefrostomia e far si che l’urina defluisca nell’uretere per poi cadere in vescica, altrimenti come facciamo a sapere se gli ureteri e la vescica funzionano in piena autonomia?”
Allora mi diede un piccolo rubinetto di plastica da applicare al tubicino della nefrostomia che, una volta chiuso, avrebbe bloccato la fuoriuscita dell’urina all’esterno facendola incanalare negli ureteri e di conseguenza nella vescica. Tornai a casa e feci questa prova. Applicai quel piccolo rubinetto e lo chiusi per lasciare che l’urina scendesse negli ureteri e subito dopo qualche minuto provai dolori fortissimi al rene. Il rene si dilatava perché l’urina tornava indietro e dovetti riaprire il rubinetto affinché l’urina fuoriuscisse attraverso la nefrostomia. Non ce la facevo. Mi cadde il mondo addosso! Mi tremò la terra sotto i piedi! Mi sentii mancare! Ma non feci notare a nessuno tutto questo.

-Se uno non vive cose del genere –cose come questa e come tutte le altre che hai raccontato- non può capire cosa vuol dire affrontare il dolore.

Si.. ma poi la paura Alfredo!! Quando chiusi il rubinetto e la pipì scendeva verso gli ureteri e da li verso la vescica, il rene si sforzava, si dilatava e avevo la colica al rene. Tu non puoi immaginare come mi sono sentita. In quel momento avevo paura da morire e pensavo che le cose non andavano come ci aspettavamo che andassero. Poi feci di nuovo la prova nei giorni a seguire. Chiudevo il rubinetto per pochi minuti e poi lo riaprivo. Quei pochi minuti mi sembravano un’eternità e mi veniva la colica perché l’urina tornava indietro e il rene si dilatava. Continuai a fare le prove con paura, ogni volta con il fiato sospeso . Pur sapendo che la risonanza era andata bene, non capivo se le cose stavano andando davvero bene e se era solo il fatto che tutto aveva bisogno di essere ripristinato lentamente. Probabilmente questo problema era dovuto al fatto che gli ureteri erano fermi da quasi due anni; erano rimasti a secco, all’asciutto e questo li aveva praticamente fatti rinsecchire, fatti attaccare su se stessi. Gli ureteri sono dei tubicini composti da membrane sottili e delicate che, senza passaggio di liquido, perdono la loro elasticità. Persino la vescica si era accartocciata, avvizzita.
A un certo punto, ho fatto l’operazione apri e chiudi del rubinetto a giorni alterni, per non sforzare troppo il rene; e un bel giorno l’urina riuscì a ritrovare il suo passaggio naturale e a scendere in vescica. Pensa te quando sono scese le prime gocce di urina in vescica, che cosa strana fu dopo tanto tempo.

-Un dolore lancinante immagino..

Si. Avevo un bruciore tremendo.. per quelle poche gocce di urina dovetti correre subito in bagno, perché la vescica, anch’essa fatta di membrana sottile, era diventata una sacchetta raggrinzita e poco elastica. Da qui in poi il problema fu il contenimento delle urine in vescica. La prima notte mi alzai ogni cinque minuti per andare in bagno. E mentre lo facevo, dicevo a me stessa: “ o Signore come faccio a vivere in questo modo, andando in bagno ogni cinque minuti?”. Non dormii per tutta la notte.
E poi c’era tutto l’aspetto dell’angoscia interiore. Mi dicevo che non sarei mai potuta uscire, che non avrei potuto avere una vita normale. Ero piena di paure, di pensieri che andavano e venivano nella mia mente e non potevo parlarne con nessuno, mi dovevo tenere tutto dentro. Mano a mano, però, che passavano i giorni, la situazione migliorò abbastanza rapidamente perché gli ureteri erano tornati normali o, almeno pensavo, si erano dilatati, riuscivano ad incanalare i liquidi; la vescica stava riprendendo la sua forma naturale e io cominciai a stare meglio. Chiamai l’urologo e, menzionandogli tutti miglioramenti avuti passo dopo passo, gli dissi che forse potevamo togliere la nefrostomia. Lui mi rispose che dovevamo aspettare ancora un po’ di giorni e di essere sicuri prima di toglierla. Così passarono altri dieci giorni; la nefrostomia era chiusa, io riuscivo ad urinare normalmente. Certo non potevo ancora stare troppo tempo senza svuotare la vescica, però, rispetto al contenimento dei primi giorni, andavo sicuramente meglio perché ora riusciva a contenere più urina di prima.
Riguardo il viaggio di cui ti dicevo e che noi avevamo prenotato, dovendo partire ai primi di novembre, e non sapendo ancora come sarebbe andata con la situazione, vivendo nell’incertezza, avevamo dato i nominativi di mia figlia e del suo ragazzo al posto dei nostri. Invece, il fatto che ero riuscita a riprendere le funzionalità della vescica, il sapere che potevo trattenere l’urina e che in caso di bisogno impellente sarei potuta benissimo andare in un bar o in qualsiasi altro mi rassicurò ulteriormente Dissi a mio marito: “senti abbiamo passato due anni tremendi, abbiamo bisogno di staccare la spina, di cambiare aria, partiamo”. “Sei proprio sicura?” mi rispose “Si –risposi a mia volta- voglio fare questo per me ma soprattutto per te e per nostra figlia.” E così siamo partiti. Siamo andati tre o quattro giorni in Turchia insieme alla nostra comitiva. Non ti dico quando mi hanno visto .. all’epoca avevo ancora i capelli corti anche se mi erano ricresciuti un pochino. Riuscii ad affrontare il viaggio in aereo. E così sono ritornata a vivere, sono ritornata alla vita.

-quindi poi è stato tutto un crescendo?

Si è stato tutto un crescendo. Io stavo comunque attenta all’alimentazione, stavo attenta a tante cose.

-cosa mangiavi?

Mangiavo soprattutto verdura, frutta, legumi, cereali. La carne l’avevo abolita già prima di ammalarmi, anche il latte, i latticini. Comunque mangiavo pochissimo. Ogni tanto, una volta la settimana, mangiavo il pesce . Però, al di là dell’alimentazione che aiuta comunque molto, è la nostra mente, sono le nostre emozioni e quello che ci mettiamo di nostro, a fare maggiormente la differenza. E comunque sia, se l’essere umano decide di vivere, vive; se decide di andare, se ne và. E in quest’ulimo caso non c’è, secondo me, medicina che tenga. Però a volte non è cosciente di questo. Non è cosciente delle decisioni che ha preso la sua anima. A volte a livello cosciente, anzi a livello razionale, l’essere umano non ha la percezione delle cose. C’è sempre chi ha un po’ più di sensibilità rispetto agli altri e riesce a percepire le varie sfumature. C’è chi invece, quale che sia il motivo, questo percorso non lo ha fatto e non riesce di fare quel salto quantico che gli permetterebbe di vedere tutto quello che è oltre ciò che è visibile.
Io ho cercato di accettare la mia malattia come esperienza di vita e non come un castigo o una punizione; senza mai dire “perché proprio io, perché proprio a me”. Diciamo che ho visto la malattia come un aiuto , come un qualcosa che si è manifestato per aiutarmi, nel mio percorso di vita terrena; come una via per la mia crescita. L’ ho vista come un qualcosa che faceva parte di me, della mia storia evolutiva.

-Ne hai capito il senso profondo insomma.

si certo. Perché quando tu vai in crisi, cadi nella paura e nello smarrimento e ti devi risollevare. E devi farlo con le tue forze. Per me, almeno, è stato così. Io ho capito che tutto questo era il mio percorso, che io non potevo delegare la mia guarigione agli altri, che la mia guarigione competeva solo me; perché questa era la mia storia e gli altri che mi stavano vicino erano di contorno , mi stavano accanto, ma ero io la protagonista, ero io quella che aveva innescato la malattia e potevo essere solo io a innescare la mia guarigione al di la di quello che avrei potuto fare con i medici, con Simoncini e con i rimedi naturali. Dio da ad ogni essere umano il libero arbitrio e io questo l’ho percepito in modo molto forte, fortissimo. Dicono che abbiamo un destino, che abbiamo un karma, che abbiamo un percorso.. e credo sia in un certo senso vero.. però l’essere umano ha la possibilità di cambiare quel percorso, quel destino e quel karma con il libero arbitrio che Dio gli ha dato. In quel periodo potevo anche scegliere di andarmene per liberarmi dalla sofferenza ed ero libera di farlo, mi bastava poco, e invece ho scelto di restare. Forse io sono stata fortunata rispetto ad altri. Non lo so e non so cosa devo dire.. mi sento in effetti fortunata ad avere avuto quelle percezioni, quei messaggi, tutte quelle sensazioni. Non è facile o forse non è da tutti, non lo so..

– Si penso che non tutti facciano questo percorso o che riescano a farlo.

Ero proprio consapevole che potevo scegliere, che potevo fare una scelta. Questa cosa mi sembrava proprio di toccarla con mano. Dio mi dava la libertà. Io dico che quella libertà ce l’abbiamo tutti, tutti gli essere umani; perché io non sono né migliore e né peggiore degli altri. Sono un essere umano uguale a tutti gli altri. Probabilmente con i miei percorsi avevo affinato questo mio sentire. Ognuno di noi riesce ad intraprendere certe strade, che sono anche percorsi spirituali. L’essere umano può arrivare a Dio da se, come ci sono arrivata io; perché se tu arrivi ad avere una fede fortissima, arrivi a credere in un qualcosa più grande di te, che è comunque parte di te e non è al di fuori.
Qualcosa dove puoi attingere forza; qualcosa da dove puoi attingere risorse per poter venir fuori dalle situazioni. Questo se lo vuoi. Se invece non lo vuoi, puoi scegliere di andare. Questa è stata la mia esperienza. Poi ognuno ha la sua.

-E’ molto importante quello che dici. Ci deve essere una volontà di perseverare, ci deve quella volontà di dire “sì”. Devo comunque avere quell’elemento di credenza, di fiducia, di perseveranza perché alcuni non intravedono mai la verità e non riescono a , “spendersi”, a “darsi” per quella cosa, come realtà fossero presi, avviluppati, da una sorta di accidia, di indolenza.. capisci cosa voglio dire?

Si, si. comunque l’essere umano si scoraggia molto facilmente e spesso pensa che l’aiuto possa venire dal di fuori. Tu vedi tutte le persone che vanno dai medici, in realtà pensano che possono essere curati da loro, dai farmaci ma in realtà non è così.. Queste cose possono essere di aiuto in un determinato momento, le terapie possono aiutarti; però la guarigione avviene dentro di te e avviene a livelli molto alti. Quando noi abbiamo guarito le nostre ferite. Quando noi abbiamo guarito la nostra anima. E’ allora che avviene la guarigione del corpo. Però questo non necessariamente avviene, se l’anima non apprende il tipo di esperienza che è venuta a sperimentare su questo piano. Probabilmente, se non comprende, è destinata a lasciare il corpo anche attraverso la sofferenza. Questa è una cosa che ho visto molto da vicino, per esempio, con mio padre e con una mia amica malata di cancro. Quando lei si ammalò fece un sacco di cose, fece anche la chemio, guarì e si ammalò di nuovo. Io , avendola seguita nell’ultimo fase della malattia, un giorno le chiesi: “Gina dimmi , perché ti sei ammalata? Tu lo sai perché, dimmi il perché” e lei mi rispose: Volevo punire mio marito e invece ho punito me stessa! Lui si era innamorato di un’altra donna e lei questo lo aveva percepito. Lei percepiva che lui amava un’altra pur continuando ad essere buono con lei. Lei aveva percepito questa loro storia e si era ammalata di tumore al seno ed era entrata in conflitto, aveva vissuto l’abbandono, il conflitto del nido come dice Hamer. Poi era guarita, e poi ha avuto la recidiva, e non ne è più uscita.
Ecco perché ti dico che la guarigione avviene a livelli alti così come la malattia che nasce dall’anima e poi si manifesta nel corpo. Alcune mie amiche dicono:”sai Enza, però, vedi, io quella persona la vedo così bene, così contenta, va d’accordo con il marito, stanno bene insieme eppure si è ammalata di cancro”. E io gli rispondo che non possiamo conoscere il vissuto degli altri, che non possiamo sapere quello che vivono interiormente, non possiamo sapere tutto dell’altra persona. L’essere umano non parla delle sue cose, delle sue cose più intime, delle sue emozioni segrete. Di sicuro non va a dirlo ai quattro venti o al primo che capita; spesso neanche al proprio compagno di vita. I drammi vengono vissuti dentro, nella propria interiorità, nella propria intimità, vuoi per vergogna, vuoi per paura del giudizio , vuoi per tantissimi motivi che non è dato sapere.

-A volte penso a quante persone si stanno devastando in questo momento storico.

Questo è un periodo storico in cui tanto si sta manifestando.. a livello di terrorismo, crisi economica, il contesto farmaceutico che approfitta della malattia, ma non ha a cuore la risoluzione della malattia. Hanno inventato la balla che il cancro è una malattia incurabile, hanno coniato una effige sui manifesti del cancro; quando poi si potrebbe curare con tantissime altre cose. Si potrebbero mettere insieme tante risorse e aiutare le persone. Magari si, qualcuno morirebbe ma la maggior parte avrebbe possibilità diverse.

-Si potrebbero fare cose enormi.

infatti si potrebbero fare cose grandiose. Unire tante energie tutte insieme e sperimentarle. Il problema è che tante altre terapie non porterebbero ricchezza alle industrie farmaceutiche e la gente avrebbe molta più possibilità di guarire. E invece no, senti solo dire che la terapia Gerson non è brevettabile, Simoncini non è brevettabile, quello non è brevettabile ma è brevettabile il veleno.. quello si che è brevettabile e infatti stanno ammazzando tutti come mosche. Una carneficina in questo periodo storico Alfredo. Una carneficina.

-Questa è veramente una grande battaglia che va assolutamente fatta

Io, e un’altra mia amica che si chiama Gigliola, che siamo guariti con altre strade, quando si tratta di testimoniare lo facciamo anche se ci attaccano; come è successo tempo fa in un post dove una persona ci disse che guarire con il bicarbonato è come guarire mangiando nutella. Pensa che ignoranza c’è tra le persone.

-In parte è anche normale.. si deve resistere a quella sofferenza che produce il fatto di sentire queste cose . Mi rendo conto che ad una persona cresciuta con una certa linea di pensiero, diventa davvero arduo fargli pensare il contrario. Ad esempio: è come se io dicessi a uno che se vuole imparare a correre veloce “prendi ogni giorno una caramella al limone”. Magari la caramella lo fa correre veloce.. però uno che ha fatto per anni esercizi, palestra, sacrifici e così via.. se gli parli della caramella al limone… sembra quasi che lo stai sfottendo. Bisogna avere molta pazienza, dare sempre una chance.. Chi come te è portatore di un’esperienza di vita così intensa, di una conoscenza così preziosa.. non deve mai demordere.. perché è troppo importante l’impatto che può avere sugli altri..

Sì.. hai ragione..e abbastanza frequentemente mi chiamano per avere consigli, sostegno o semplicemente per trarre coraggio dalla mia Esperienza.

-Grazie di tutto Enza.

Alfredo Cosco

Alfredo Cosco 2

 

 

 

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