KAMUT, orientale o khorasan: costoso, ma è analogo agli altri grani integrali.

KAMUT1Tra le centinaia di specie e varietà di frumenti antichi e moderni, sopravvissuti dall’Antichità o elaborati geneticamente in tempi recenti (per i botanici sono ben 988, compresi i sinonimi), il grano duro orientale o khorasan (Triticum durum, subsp. turanicum, così classificato nel 1991) appartiene curiosamente a entrambi i gruppi, cioè si ritiene che sia un’antica sottospecie del grano duro “moderno” abbandonata perché poco produttiva, denominata khorasan dall’omonima regione orientale della Persia in cui fu riscoperta e isolata. Per secoli è stato oggetto di coltivazioni locali e marginali (agricoltura povera, da mero autosostentamento) qua e là in Medio Oriente, Egitto ed Europa meridionale. In Italia col nome di grano saragolla è sporadicamente coltivato per uso locale – fin dal Medioevo – sugli altopiani dell’Abruzzo teramano.
Oggi, dopo che esperimenti di agricoltura intensiva effettuati in Egitto e Iran hanno dato rese troppo basse, che non ripagano le spese di irrigazione e le assidue cure richieste, dai primi anni Ottanta ha trovato terreno, clima e produttività ottimali solo in Canada (Alberta e Saskatchewan) e Stati Uniti (Montana), dove viene coltivato con agricoltura industriale e metodo biologico. Il kamut è il nome di fantasia con cui il khorasan è stato registrato come marchio presso l’USDA, e poi prodotto e diffuso a caro prezzo in America ed Europa, con grande investimento industriale e commerciale. Sia chiaro: chiunque può liberamente piantare e coltivare nel proprio terreno il grano khorasan, di qualunque origine; soltanto non può metterlo in commercio col nome “kamut”. Eppure, oltre la metà del raccolto originale di kamut americano è venduta in Italia, a quanto riferisce il chimico Bressanini che nel suo sito  riporta fonti della stessa Kamut International.

La convinzione che il grano orientale o khorasan sia sfuggito alle trasformazioni genetiche che hanno aumentato di molto la resa dei grani attuali (duro e tenero) tanto da modificarli al punto che alcune persone non sarebbero più in grado di digerirli – questa la tesi di base della società produttrice e dei sostenitori di questo grano – gli ha conferito un alone di purezza, antichità o di “cereale anti-intolleranze” che ha fatto colpo sul suggestionabile popolo di internet e sull’ipocondriaco frequentatore medio dei negozi del cibo “biologico” (senza alcuna colpa, sia chiaro, né dei negozi, che ovviamente seguono la domanda, né dell’ottima agricoltura biologica).
Senza contare il fascino della leggenda, secondo cui si tratterebbe, nientemeno, del “grano più antico al Mondo”. Cosa poco credibile, perché ha il chicco “nudo”, cioè perde le glumelle a maturazione, a differenza dei veri grani antichi, farricello (T. monococcum) e farro (T. dicoccum), il che è una prova che per la storia naturale, semmai, è un grano duro “moderno”. E che il chicco di khorasan non sia piccolo, brutto e “vestito” come l’antico farro di Etruschi e Romani, ma nudo, molto più grosso, più pesante, più giallo e più appariscente degli altri grani (e si sa quanto gli Antichi fossero sensibili a queste qualità), denota un grano evoluto, altro che arcaico; e perciò lascia perplessi la storia del suo strano abbandono, a meno che non immaginiamo che la sua resa sul campo fosse così scarsa da essere insufficiente perfino per i poveri contadini dei secoli passati. Perciò c’è chi sospetta che dietro l’improvviso esplodere del kamut dopo secoli di oblio potrebbero esserci vicende non note o tenute segrete, come il miglioramento con una recente selezione genetica, o almeno un’ibridizzazione tra T. turanicum e T. polonicum.

Leggende e virtù miracolistiche su questo “antico” e “moderno” grano duro sono state diffuse ad arte. Per anni blog, opuscoli e libri finto-scientifici hanno detto, specialmente in Italia, che è adatto ai celiaci (poi si è scoperto che è straricco di glutine), che ha più proteine di tutti i cereali (macché, è nella media dei grani), che è una “bomba” di selenio, perché i capitolati della ditta proprietaria esigono dai coltivatori almeno un certo contenuto minimo (però l’USDA stesso, l’ente presso cui il kamut è registrato, dice nelle sue tabelle che ne ha meno del normale grano duro), e così via. Insomma, ancor più che per il pompelmo israeliano, il farro italiano, la quinoa sud-americana, le bacche goji tibetane ecc., si è abilmente creata e diffusa attorno a questo grano duro un’ennesima moda commerciale, questa volta in America, in Europa e soprattutto in Italia, fondata sulle asserite “uniche” proprietà protettive e nutrizionali non di un prodotto alimentare secondario, ma di un semplice alimento naturale primario. Fatto sta che i provinciali e xenofili Italiani importano da soli più del 50% dell’intero raccolto di kamut americano, il che è davvero uno scandalo di credulità e di mancanza di buonsenso per il Paese che, quando il buonsenso regnava, aveva il migliore grano al Mondo.

IL VERO CONTENUTO. Ma che contiene il kamut di tanto speciale? Per provare le qualità relativa di un vegetale rispetto ad altri analoghi, è indispensabile coltivarli tutti insieme nel medesimo terreno, alle medesime condizioni ambientali e con uguale tecnica, e poi analizzarli. Così è stato fatto in un esperimento chimico-agronomico nel Sud Italia che ha messo a confronto grani moderni e antichi (frumento duro, frumento tenero, farro, spelta e kamut). Ebbene, in “quel terreno”, con “quel clima”, con “quelle varietà”, comparato ad altri grani integrali, il kamut ha mostrato valori assolutamente medi di nutrienti. Invece, la spelta o farro grande (T. spelta) si è dimostrata più ricca di proteine, glutine, ferro, calcio, fosforo, potassio e magnesio,  seguita dal farro medio (T. dicoccum) per proteine, calcio, ferro e magnesio, mentre il grano orientale o khorasan o kamut (T. turanicum) è il più povero di calcio, di medio contenuto per proteine e magnesio, e penultimo per ferro. Però come potere antiossidante il grano orientale piantato in Italia è primo per selenio, beta-carotene e indice colorimetrico giallo. Inutile aggiungere che di beta-carotene si tratta di poche tracce, e che le comuni verdure ne hanno migliaia di volte di più. Lo stesso per il selenio, poco diffuso in natura, ma presente in diversi vegetali, dai quali curiosamente è assorbito in modo diverso, anche a parità di terreno, come si vede nell’esperimento sui grani. Quel che è evidente e inconfutabile è che i chicchi di kamut sono i più lunghi, pesanti e appariscenti, quelli di grano tenero (T. aestivum) i più leggeri. Il grano duro Norba si è rivelato inferiore al kamut per sei valori (Piergiovanni et al. 2009).

Inoltre, il kamut contiene non meno ma più glutine (15.5% in peso secco, contro 12.5 del grano duro, 13.4 del grano tenero e 14 del farro), anche se fa registrare grande variabilità di gliadina, la proteina determinante del glutine. E infatti, assicurano i panificatori e di conseguenza alcuni naturopati, non ha un glutine molto tenace, e quindi risulta per alcuni di “più facile digeribilità”. Ma, attenzione, anche gli altri grani antichi, come il farro, hanno questa caratteristica: molto glutine, sì, ma per la sua minore tenacità (durezza) sarebbe “più digeribile” di quello di grano tenero e grano duro, perciò meglio tollerato da chi ha “problemi” digestivi e “sensibilità al grano” (celiachia esclusa). Il che, anche se fosse provato, farebbe cadere, anche in questo caso, anche questa vantata esclusività del kamut.
Ma questo è il kamut coltivato per esperimento in Italia. Guardiamo, invece, all’America. Le tabelle compositive della grande banca dati del Ministero dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), famose in tutto il mondo, hanno un valore scientifico più generale e statisticamente più attendibile, essendo fondati su medie tra varie fonti e su alimenti della più varia provenienza.
Infatti, se andiamo a vedere la voce kamut in queste tabelle ufficiali di composizione nutrizionale, leggiamo valori alquanto diversi, anche addirittura più bassi rispetto a quelli dell’esperimento italiano di Piergiovanni, sebbene questo grano commerciale sia gratificato da molte voci in più rispetto, p.es., al grano duro, di cui non sono riportate neanche fibre, vitamina A, tocoferoli, zuccheri, amminoacidi e alcuni sali minerali. Ebbene, nella nostra tabella di confronto kamut-grano duro tratta dall’USDA, su 21 voci in comune ben 16 sono più favorevoli al grano duro, perfino alla voce selenio.
Sul selenio il capitolato della società del Kamut esige per concedere il permesso di coltivazione col marchio una quantità minima di 400 ppb, parti per miliardo (mg/kg), il che escluderebbe comunque gran parte dell’Europa, essendo i terreni europei più poveri di selenio di quelli nord-americani. Tutto questo perché secondo il loro marketing (v. sito di Bressanini cit.) una persona “con tre porzioni di kamut al giorno raggiungerebbe quasi il fabbisogno quotidiano di selenio”. Tre porzioni al giorno: e non si tratta di verdure poco caloriche o di cibo economico! Quando si dice che marketing e scienza si sposano fin troppo bene!
Per il resto, il kamut, prodotto di un’agricoltura altamente industriale e che genera alti profitti in USA e Canada, è ben presentato nei suoi componenti nutrizionali agli studiosi di tutto il Mondo. Le tabelle dell’USDA addirittura riportano non solo i suoi 0,61 mg di vit.E alfa-tocoferolo (che invece non riportano per il grano duro), ma perfino i tocoferoli secondari beta, gamma e delta, rari nelle tabelle (in totale mg 1,23), oltre a 11,1 g di fibre totali, 7,84 g di zuccheri, 1 mg di vitamina A retinolo-equiv., mg 1,8 di vitamina K o filloquinone, mg 2,735 di manganese, mg 25,8 di colina, mg 113 di betaina, mg 5 di beta-carotene, mg 2 di alfa-carotene, mg 1 di beta-criptoxantina, mg 301 di luteina+zeaxantina, e tra gli amminoacidi 416 mg di lisina, mg 451 di metionina e mg 309 di cistina (USDA, rel.27).

RICERCA. Quando le mode alimentari hanno successo ed entrano nel discorso anche marketing, profitti, pubblicità e finanziamenti, perfino i poveri ricercatori scientifici sono portati a interessarsene. Cosicché non si contano ormai gli studi in grado di dimostrare che il grano duro orientale o khorasan, meglio se kamut© (marchio registrato), riduce i rischi, è benefico, protettivo, preventivo. Come per il ginseng in Corea e altri prodotti nazionali, la stessa società produttrice del kamut con gli altissimi profitti è in grado di finanziare una sua “ricerca” sul kamut, le cui pubblicazioni il marketing rilancia, come si vede sul sito del produttore.
Uno studio di ricercatori di Firenze, però solo su 22 soggetti, a cui per otto settimane era stati dati pane, pasta e cracker di kamut, lo collega a minori valori di colesterolo totale e LDL, di glucosio ematico, di rischi metabolici, di stress ossidativo e infiammazione (Sofi et al. 2013).
Secondo una teoria, mai provata, i grani antichi provocherebbero minori risposte immunitarie e quindi potrebbero essere introdotti nella dieta dei “sensibili” al grano, sia pure non celiaci. Così in uno studio sperimentale italiano la pasta integrale di grano kamut, grano ritenuto “antico”, è stata data ai ratti per sette settimane in sostituzione della pasta integrale di grano duro moderno, confrontando poi nei due casi lo stato delle infiammazioni come effetto di uno stress ossidativo prodotto artificialmente da una sostanza tossica (doxorubicina). L’anatomia del duodeno dei ratti nutriti a pasta normale ha mostrato mucosa piatta, inusuale accorciamento dei villi e alta infiltrazione linfocitaria nei linfonodi, mentre nulla di anormale è stato notato con la pasta di kamut. E’ stato anche visto anche un cambiamento significativo nella microflora batterica intestinale. I risultati hanno confermato i dati precedenti sulla protezione antiossidante nei ratti mediante grano kamut, probabilmente perché suscitano una risposta adattativa che protegge l’organismo contro lo stress ossidativo e l’infiammazione (Carnevali et al. 2014). Anche il pane di grano duro integrale ha mostrato effetti antiossidanti e protettivi sui ratti in laboratorio. Effetti maggiori sono stati notati sui ratti con pane di grano duro khorasan kamut. Ma anche qui usando un potente composti chimico tossico per produrre infiammazione. (Benedetti et al. 2012).

Interessante; peccato, però, che gli esseri umani non sono ratti, e soprattutto che il potere antiossidante di un alimento, come anche la “sensibilità” patologica di alcune persone alla gliadina o ad altre proteine del grano, non possono essere simulate in laboratorio dando a ratti geneticamente predisposti un antibiotico tossico che provoca forti infiammazioni immediate, non auto-immunitarie e non deboli e prolungate nel tempo, come accade di solito all’uomo. Questo il grave punto debole di esperimenti del genere: hanno ben poco a che fare con la realtà biologica.
Ma una spiegazione possibile, accennata dagli autori nell’introduzione, è ancora più interessante delle conclusioni dello studio, perché farebbe dipendere la maggiore efficacia dei grani antichi dal più alto contenuto di sostanze farmacologiche naturali. Tutti i cereali integrali – vi si legge – sono ricchi di sostanze bio-attive e farmacologiche che hanno effetti protettivi ad ampio spettro d’azione, compresa l’attività anti-infiammatoria, come dimostrano centinaia di studi. Ma i cereali integrali antichi (come i grani antichi: farro, spelta e appunto kamut) o minori (come avena, orzo, segale, sorgo, miglio ecc.) avrebbero – secondo gli autori – il vantaggio di contenere più abbondanti composti bioattivi e quindi di esercitare un’attività protettiva e anti-infiammatoria più marcata (Carnevali, cit.).
Peccato, in sintesi, che questo sovrappiù di qualità antiossidanti o anti-immunitarie visto nel grano duro kamut e nei grani antichi, oggi pochissimo consumati, non sia stato provato con grandi indagini epidemiologiche o cliniche di massa, ma solo su animali (e pure con ossidanti artificiali) o su pochissimi soggetti umani. L’epidemiologia, invece, già ha dimostrato, disponendo di centinaia di migliaia di consumatori umani (volontari o pazienti), che queste qualità protettive e antiossidanti valgono, più o meno, per tutti i cereali integrali, nessuno escluso, compresi i cereali più diffusi, purché integrali. E questa pare un dato scientifico più affidabile, ma anche un’alternativa molto più concreta e realizzabile, perché riguarda milioni di soggetti potenziali e grani o cereali integrali più economici e diffusi del kamut (grano duro, grano tenero, farro, farricello, spelta, avena, orzo, segale, riso ecc.).
Inoltre non va dimenticato che per una sua utilizzazione sperimentale o terapeutica efficace e attendibile, un alimento dovrebbe essere consumato in quantità adeguata, spesso in dosi maggiorate o ripetute, cosa impossibile con i cereali, così ricchi di amido da determinare dopo la prima porzione l’effetto glicemico della piena sazietà. Oggi, per di più, sono state ridotte le porzioni di carboidrati, e quindi di cereali (anche se i cereali integrali fornendo meno calorie risentono meno di questa ulteriore restrizione). Quindi l’uso preventivo o terapeutico dei cereali appare problematico. A meno che non si tratti di indagini epidemiologiche su vaste popolazioni fondate su piccoli consumi che durano decenni.
Ne consegue che, ai modesti o limitatissimi livelli di assunzione consentiti da una dieta pratica, l’uso del kamut integrale al posto degli altri grani integrali è assolutamente ininfluente, e se anche fosse dimostrato in futuro che davvero è più antiossidante o meno allergenico del grano sarebbe sempre destinato a un uso marginale, e questa sua minore utilità pratica non legittima il suo altissimo prezzo.

CUCINA. L’uso del kamut in cucina pratica è assolutamente uguale a quello di tutti gli altri grani. Va messo a bagno per la notte e cotto a partire da acqua fredda, facendo in modo che sia tutta assorbita a fine cottura. Può essere cotto anche a pressione di vapore (le perdite vitaminiche, anzi, sono minori). Innanzitutto va provato in chicchi interi come minestra, più o meno fantasiosamente condita e accompagnata. Ma poi, per gustare appieno il suo leggero sapore di noci dovuto al germe, com’è tipico dei grani integrali, non bisogna coprirlo di salsa di pomodoro, come si fa con la pastasciutta insipida (perché raffinata), un condimento acidulo che uccide ogni sapore sottostante. Oltre a ottimo olio, sono consigliate tutte le erbe aromatiche fresche, gli ortaggi, crudi o cotti, i semi oleosi (noci e mandorle affettate, queste ultime sia secche, sia fatte rinvenire a lungo in acqua tiepida e sbucciate, per simulare quelle fresche).Può essere usato anche come graniglia spezzettata (tipo bulgur) o semola fina (per farne saporite polente, come si fa per la semola di grano duro integrale).Adatto anche per le paste da cuocere, che è l’uso più diffuso e banale presso il pubblico, e per farne pagnotte di pane in casa.

CONCLUSIONE. Dal punto di vista del contenuto nutrizionale, il grano duro orientale o khorasan, che sia il kamut registrato o la liberamente coltivabile e italiana saragolla, si situa nella media della variabilità statistica dei vari frumenti integrali. Il selenio non è certo esclusivo, ma diffuso a seconda del terreno, e i carotenoidi responsabili del suo colore giallastro sono presenti in grandi quantità in tutte le verdure. Semmai, il vantaggio che si può sottolineare, secondo alcuni studi, riguarda non il solo kamut, ma l’intera classe dei c.d. grani “antichi” (farro, farricello, spelta, kamut) e quella dei cereali “minori”, detti così perché oggi poco consumati (grano saraceno, avena, orzo, segale, miglio, sorgo). Tutti questi cereali, purché integrali, sono accreditati d’un maggior contenuto di micro-composti, cioè quelle sostanze bio-attive o ad attività farmacologica, come fibre solubili, amidi resistenti, oligosaccaridi, fitosteroli, polifenoli e antiossidanti, minerali, vitamine del gruppo B, amminoacidi solforati (metionina e cistina), acidi grassi omega 3, che di solito passano in seconda linea e sfuggono alle tabelle nutrizionali, anche per la grande variabilità e perché alcune sono presenti in microgrammi per 100 g, ma che sono la causa del rinnovato interesse dell’industria, e per essa degli studiosi, sempre alla ricerca di nuovi prodotti alimentari “funzionali” che possano distinguersi vantando questa o quella proprietà (p.es. per il saraceno v. Wijngaard e Arendt, 2006)

Il kamut, perciò, non ha nulla di così diverso e unico che legittimi un uso particolare nutrizionale, preventivo o terapeutico diverso dagli altri frumenti integrali, né a maggior ragione una spesa così elevata da parte dei consumatori. Per un normale consumo non è giustificabile nessuna indicazione o aspettativa in più in favore del consumo di kamut rispetto agli altri cereali integrali, tanto più se occasionale o limitato.

Del resto, la moda attuale per i cereali antichi è spesso immotivata dal punto di vista nutrizionale o funzionale. Innanzitutto, proprio come quelli moderni, i grani “spariti” se non sono integrali non mostrano nessun vantaggio, ma dal punto di vista nutrizionale sono esattamente come gli ordinari grani teneri o duri raffinati che consumiamo ogni giorno sotto forma di dannosi pane bianco, bulgur, pizza raffinata, pasta comune, biscotti, cuscus ecc., a differenza di quanto ritiene una estrema minoranza che li consuma per curiosità, snobismo, ingenuo salutismo o perché intollerante al glutine o al grano crede erroneamente che il kamut gli sia utile. Perciò, è ancora più assurdo, nell’assurdità della moda, consumare pasta di grano kamut raffinato (in vendita sul web a circa 4 euro per 500 g, come quella di kamut integrale). Per gli increduli valga questo esperimento sull’indice glicemico. Uno studio (Marques et al. 2007) ha mostrato che un pane bianco di frumento raffinato e un pane bianco di spelta raffinata, preparati con le medesime procedure, avevano lo stesso IG (93 ± 9). Il probabile minor inquinamento da pesticidi è epidemiologicamente irrilevante per consumi minimi o sporadici.
Le piccole differenze di composizione, se minime rientrano nella variabilità che già esiste tra le tante varietà di grani moderni coltivati nei luoghi più diversi; se grandi non incidono comunque sulla dieta perché il consumo dei cereali è molto limitato dalla sazietà, e quello dei cereali di nicchia è un consumo solo occasionale. Il fatto stesso che i grani di ieri siano stati sostituiti non dai moderni ma dai popoli antichi, molto concreti e di buonsenso in fatto di cibo, dovrebbe far pensare a un’evoluzione più che a una perdita. Diverso il caso, invece, di coltivazioni di frutta e verdure abbandonate senza alcuna sostituzione. Ciò detto, la biodiversità e la libertà di scelta sono sempre vantaggi, mai svantaggi: quindi ben vengano per consumi di nicchia anche farro, farricello, spelta e grano orientale khorasan, meglio se coltivati da noi.
Antichi o moderni che siano, è bene ribadire che l’attività biologica, protettiva, farmacologica, dei cereali non dipende dalla loro antichità o purezza genetica, ma dal fatto che sono integrali, cioè dotati di tutte le loro parti e di tutti i loro composti, nutrienti e non nutrienti, come germe, vitamine, sali minerali, fibre, polifenoli ecc. Un pane di kamut non integrale, cioè raffinato, ovvero bianco, è assolutamente simile all’ordinario pane bianco che costa la metà della metà. Una pasta di kamut che non sia integrale è sostituibile con la ordinaria pasta bianca che si vende a un prezzo dieci volte inferiore nei supermercati discount. Non è il kamut o il farro a proteggere, ma ogni cereale integrale, per i suoi nutrienti e per i suoi composti bioattivi e farmacologici, presenti per lo più nel germe e nel rivestimento. Una facile e divulgativa, ma corretta e sufficientemente documentata pagina guida sui cereali integrali, è nel sito dell’Unione Europea dedicato all’informazione alimentare.
In conclusione, il grano duro khorasan o orientale è un buon, anzi ottimo grano duro, alla ferrea condizione che sia integrale (la pasta, p.es, deve essere scura), ma è perfettamente sostituibile con qualunque altro grano o cereale integrale, magari che costa la metà o la metà della metà. Non esiste alcun motivo per privilegiare questa sottospecie di grano duro (come anche il farro e gli altri grani antichi) rispetto al normale grano duro integrale. Le minime differenze sono inifluenti in una normale porzione e in una dieta. Ma sono ottimi cereali integrali anche tutti i frumenti (grano duro e grano tenero, e ancor più farro, farricello e spelta, i grani più rustici), e gli altri cereali integrali, come avena, grano saraceno, orzo, perfino i migliori risi integrali scuri, come il Venere, sia consumati tali e quali come grani (in fiocchi o in chicchi, cotti come i legumi), sia in prodotti derivati da farine e semole integrali (pane, pizze, paste ecc.).
Se poi uno vuole gustare per curiosità gastronomica il grano duro orientale o khorasan senza pagare una assurda royalty agli Stati Uniti, sa che tra le montagne abruzzesi cresce dal Medioevo, ormai solo in piccoli appezzamenti, un grano del tutto simile, la saragolla. Anche questa molto costosa, ma almeno si evita l’esborso di capitali all’estero.
E per gli intolleranti? Escludendo non solo la celiachia, ma anche l’allergia ai grani su cui nessun grano, neanche il kamut, può fare nulla, e pure accettando la generica e misteriosa “sensibilità al grano” (wheat sensitivity) che nessuno studio scientifico ha provato, anche ammettendo secondo opinabili e insufficienti studi di laboratorio sui ratti e su pochi uomini che il kamut possa essere efficace contro sensibilità individuali e infiammazioni al colon, o che possa contribuire a ridurre i sintomi (di che?) come assicurano alcuni naturopati e medici, questo legittimerebbe semmai un uso “terapeutico” solo da parte di pochissime persone. Invece, la sola Italia, importa oltre il 50% dell’intero raccolto nord-americano di kamut. Questo il dato inquietante. E pure a carissimo prezzo: 500 g di pasta di kamut costano sul web circa 4 euro, ma nei negozi può costare ancora di più. Solo gli Italiani, quindi, hanno il colon irritabile o la sensibilità al grano, proprio loro che lo produssero, consumarono e diffusero tra i primi e più di tutti i popoli? No, è il segno di un’infatuazione di moda, di una tendenza snobistica, di acquiescenza passiva di fronte alla speculazione, di grossi equivoci para-scientifici, di una lamentosa ipocondria che si traduce nel ritenersi “intolleranti a tutto”, perfino di conformismo interessato da parte di alcuni allergologi e naturopati, comunque di un fenomeno di psicologia dei consumi anormale e patologico.
L’alimentazione sana e naturale non è e non deve essere una continua rincorsa snob all’ultimo cibo esotico, curioso o alla moda o di cui “parla un sito internet”, la tv o i giornali. L’esotismo già fa presa (Salgari docet) sull’impiegato medio, specie in provincia (una “provincia” intellettuale e culturale, più che geografica). Poi se aggiungiamo a livello psicologico individuale i creduloni che si bevono tutte le dietrologie e le alternative, gli anticonformisti per principio (che è un altro conformismo), quelli che si illudono che a tavola, solo a tavola, si possa realizzare quella famosa Rivoluzione che non riescono mai a fare in politica, o addirittura la Palingenesi del Genere Umano, ebbene otteniamo un ridicolo e contraddittorio anticapitalismo snob fatto di costose, speculative, quindi capitalistiche, leccornie ed eccentricità spesso inutili che le masse popolari ignorano o non amano. In realtà, in ogni campo, a cominciare dal cibo, c’è un Mago furbacchione che si tira dietro lunghe file di credenti. Col piffero, ovviamente.

RIFERIMENTI
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Fonte

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