Prendersi cura è un atto creativo

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Le foto di questa pagina sono di Daniela Di Bartolo

 

di Tiziana Bonora*

Troppe persone deambulano sul globo terracqueo stupide, distratte, senza conoscere totalmente se stesse, la propria storia e quella collettiva, senza alcuna visione mistico-politica, direbbero in America Latina. Difficilmente costoro sanno prendersi cura degli altri, dei beni comuni e collettivi, dei luoghi in cui si trovano, degli oggetti che utilizzano, occasionalmente, per lavorarci o per viverci Non vedono, non osservano, non godono pienamente né di un buon cibo, né di un paesaggio, né di un profumo, né di un incontro. Poche, troppo poche sono le persone che si prendono veramente cura di un luogo, di un oggetto, di un fiore, di una stanza, di un’aiuola, di un albero, di un animale … del nostro prossimo, che da sempre però ci dicono di amare come noi stessi.

Cura, sostantivo femminile. Arte, non solo prassi. Molto, molto interessante, poiché nella definizione di arte troviamo un intero universo di significati che non potremmo definire o esprimere altrimenti. Il prendersi cura è un atto creativo, un gesto che modifica l’esistente generando bellezza. È un atto rivoluzionario che modifica lo scorrere grigio e freddo delle cose con il calore e il colore dell’attenzione, della tenerezza, dell’amore. Come l’arte, la cura è un bisogno pienamente umano, originale, inciso nella storia e nello spazio di ogni quotidianità.

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La Madre Terra, le nostre case, ogni luogo in cui si pratica l’arte della cura, dovrebbero essere luoghi di protezione accoglienti, aperti, ospitali, belli, armonici. Luoghi di pace in cui la presenza e la cura di tutti e di ognuno rende più forti, più capaci di affrontare le paure, le gabbie, il disagio, le fragilità; più capaci di“amorizzare il mondo” – direbbe Arturo Paoli – a partire dalla bellezza e dalle piccole cose.

Ospiti e forestieri: l’esperienza della transitorietà che è anche leggerezza, umiltà, solidarietà con chi c’era prima, con chi ha pulito, chi ripulirà e con chi arriverà dopo. Giustizia e delicato rispetto che si leggono e si traducono in gesti concreti: raccogliere una cartaccia in terra, togliere una foglia secca da un fiore, pulire e riordinare una stanza o un letto appena usato, svuotare un posacenere o un sacco pieno di immondizia, spegnere una luce in più, sostituire un rotolo di carta igienica finito … incipiente risveglio alla consapevolezza dell’esserci.

La cura non è un optional nel cammino spirituale, si esprime in gesti, in delicata attenzione per tutti e tutto, in una lettura minuziosa e rispettosa di ogni persona e di ogni luogo pulito e ordinato, fragile pezzo di universo tutto da vivere, che è lì per noi .
Scrive Simone Weil:

“Ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggiamo una parte di male che è in noi stessi”.

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Oggi ancora vivo la Comunità come luogo di cura reciproca, cura dei luoghi e laboratorio vivo e concreto di valori, con parole e prassi di inizio, capaci di costruire speranza e profezia, una società di donne e uomini fondata sulla comprensione, la cooperazione, la parità e la condivisione.

Le nostre comunità, le nostre città … luoghi in cui tutti noi, ogni giorno, sperimentiamo il gusto amaro del fallimento, della della deriva etica, educativa e pedagogica. Ogni persona che oltrepassa la soglia delle nostra comunità dovrebbe sentirsi a casa propria, essere riconosciuta come unica e speciale. Così come ogni persona che oltrepassa la soglia della nostra comunità è chiamata a prendersi cura del luogo che la ospita, la accoglie, la circonda, la culla, la protegge.

Un caro amico e monaco camaldolese, mi invitava a osservare con attenzione la forma di una vecchia chitarra. È fatta con maestria, possiede un corpo ligneo con uno spazio interno e vasto che rimane invisibile agli occhi, la cassa armonica o cassa di risonanza: è uno spazio ospitante, perfetto e permeabile che si lascia attraversare dal flusso dell’energia sonora, accoglie la vibrazione di ogni corda e gli permette di espandersi, uscire e incantare a distanza. Ermes Ronchi descriverebbe ancor più poeticamente il concetto che vorrei trasmettere, con i seguenti versi tratti da “Servi inutili”.

Signore, tuoi servi sono i gigli del campo, servi della bellezza,
tuoi servi gli uccelli dell’aria, simboli di libertà e di gioia,
Fammi servo libero e inutile come loro
Come il fiore che nel folto del bosco fiorisce
anche se nessuno lo vedrà mai,
come l’usignolo che canta a mezzanotte
anche se nessuno aprirà la finestra ad ascoltarlo.

* Impegnata nel commercio equo e solidale e e con l’ong Progetto Continenti, Tiziana Bonora vive a Savona e fa parte del Comitato etico di Banca Etica

Visto qui

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